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venerdì 31 agosto 2007

Il dilemma tra natura e cultura

Negli ultimi decenni, a seguito della caduta dei grandi sistemi teorici che hanno animato il dibattito sociale nel corso del XX secolo, si stanno affacciando tanti piccoli sistemi dottrinari, di cui molti parecchio effimeri e spesso superficiali, che però possono ricondursi a due linee di tendenza generale. Secondo la prima, più “antica” ma ora più in auge, si intende l’esistenza di un modo di essere intrinseco e precostituito degli esseri umani. Col termine “natura” infatti i sostenitori di una visione etologica dell’Umanità intendono appunto qualcosa di “sacro” che non può essere “violato”. Ogni dottrina che si prefigge di costruire un mondo “migliore” viene vista come una forzatura alla natura umana e quindi una violenza agli esseri umani. L’unica spinta atta al cambiamento di tale natura è data dall’evoluzione, concepita in genere come qualcosa che opera in tempi non brevi.
La seconda è invece più recente e ha costituito spesso la base teorica di molte dottrine socio-politiche volte alla costruzione di una società perfettibile. È questa la visione sociologica dell’Umanità. Secondo tale visione gli esseri umani sono quel che la società li fa essere, come li forma. Pertanto è pienamente legittimo tentare di migliorare le persone perché è così che si formano gli esseri umani e il tirare in ballo la natura costituisce un inganno volto a far rinunciare al desiderio di cambiamento in meglio ed accettare l’ordine costituito. Le resistenze opposte a vari movimenti, laddove questi non hanno visto realizzati i propri scopi dichiarati, sarebbero pertanto di natura sociale, ossia tutto un insieme di spinte socio-economiche avrebbero opposto un freno e un dirottamento dalle intenzioni reali dei vari movimenti di cambiamento, impedendo la loro realizzazione e anzi distorcendoli e utilizzandoli ai propri fini di conservazione.
Non raramente l’opinione pubblica tende invece a ritenere le teorie naturaliste più moderne non solo perché oggi più in auge, ma anche per il semplice fatto che si baserebbero sui più recenti studi di genetica e neurologia, branche scientifiche più giovani o con strumenti tecnologici più avanzati e raffinati, nonché con risultati sperimentali che spesso toccano il cuore stesso della vita o del cervello e che pertanto hanno un impatto mediatico molto più incisivo rispetto alla più antica e “moderata” osservazione sociale. In realtà le concezioni teoretiche, ma direi anche filosofiche, che sono alla base delle tesi sociali sono mediamente più recenti rispetto a quelle su cui si fondano naturali.
Le due tesi fanno capo a diverse scuole e confluiscono in buona parte nell’antropologia culturale per la tesi sociologica e nell’antropologia evolutiva per la tesi naturalista. Inoltre la tesi naturalista si rifà molto all’etologia austriaca di Lorenz. Ma qui non mi interessa esporre gli aspetti scientifici, anche perché non ne sarei all’altezza, ma i risvolti politici, etici e sociali che queste due interpretazioni del mondo umano comportano.
Premetto che oltre a essere ignorante sono anche parziale. Infatti non vi sfuggirà che personalmente propendo più per il sistema sociologista che non per quello naturalista, seppure non escludo affatto aprioristicamente quest’ultimo e anzi ne accolgo molti elementi. Ma la mia critica, oltre a essere seppur lunga molto semplicistica, è più dura verso tale modello che non verso quello a me più prediletto.

Sociologismo contro naturalismo
Quindi facciamo il punto tra i due… punti di vista. Vediamo che entrambi in un certo modo sacralizzano un aspetto e ne denigrano un altro. Quello evoluzionistico-etologico, forse neodarwiniano, vede in una cosa indefinita chiamata “natura” qualcosa di intoccabile e immutabile, che non può essere forzato, pena il disastro. Questa concezione fa leva sul fatto che oggi i grandi sistemi teorici che si sono prefissati di costruire un modello sociale migliore non hanno raggiunto gli scopi che si erano prefissati, adducendo che questi erano contrari alla natura umana.
La visione del processo di funzionamento della società è opposta nei due “massimi sistemi”. Infatti il “sistema” naturalistico afferma che è la natura umana dei vari individui a costruire la società, che in fin dei conti rispecchia la natura degli esseri umani. Inoltre tutta la storia umana è una sorta di “eterno ritorno” in quanto ciò che noi oggi facciamo in chiave moderna, lo facevano anche i nostri antenati in versione più antica. Ma fondamentalmente la società umana non è cambiata nella struttura base. Una visione opposta a quello sociologico che invece distingue l’avvicendarsi nella storia di vari sistemi sociali completamente diversi l’uno dall’altro e con individui che erano diversi da noi uomini moderni. La società quindi si forma su proprie leggi a seconda delle condizioni storiche in cui una comunità umana opera, e gli individui vengono formati da essa. Così per questa visione il progetto è sacro e ogni appello alla natura umana è un tentativo di sabotare il cambiamento sociale.
L’argomentazione a favore di questo punto di vista è che i vari tentativi di cambiare il mondo hanno trovato resistenze sociali che hanno impedito la realizzazione piena degli intenti riformistici o rivoluzionari. Inoltre fanno notare che sono passati pochi decenni di tentativi di cambiamento e che è normale che molti tentativi possano andare in fumo. Fanno spesso altresì notare che non è detto che ciò che è di ordine sociale e culturale debba essere per forza di cose più “malleabile” di ciò che è naturale. Ci sono stereotipi che vengono tramandati e sono molto duri a morire, come possono esservi pulsioni innate facilmente modellabili senza alcun danno di sorta. Molto importante è anche la notazione che i vari tentativi di cambiamento erano isolati e circondati da un mondo che invece andava in controtendenza.

Dialogo tra i due massimi sistemi
Non vado oltre la descrizione di questi sistemi perché non ne ho la competenza e trascenderei in un mero nozionismo. Ma vorrei fare alcune osservazioni personali riguardo tali concezioni:
1. Entrambi risultano parziali e verrebbe banalmente da dire che possono essere veri entrambi. Non che tale osservazione non possa essere vera, ma non dice niente. Personalmente trovo però il sistema naturalistico molto semplicistico e a dire il vero anche un po’ puerile. Aldilà della infantile contestazione di stampo sessantottino, il sistema sociologico è molto più completo e raffinato, nonché più avanzato. Le varie interpretazioni sociologiche riescono a spiegare molti dei fenomeni storici e sociali senza ricorrere al vago concetto di natura umana. Questo mentre invece le concezioni naturalistiche quando trascurano molti aspetti presi in considerazione dalle teorie sociologiche sfociano in una vera e propria opera di superficiale decontestualizzazione che non tiene in debito conto lo sfondo delle condizioni storiche in cui vari eventi e comportamenti umani si sono avverati. La forza principale della prospettiva naturalistica sta nella caduta di quei falsi miti che si fondavano sulla concezione sociologica, prima tra tutti il falso comunismo sovietico. La dissoluzione di questi miti ha fatto ritornare in auge modelli naturalistici che a differenza di quelli ottocenteschi fanno uso di una tecnologia più avanzata con ricerche un po’ aleatorie, per esempio l’utilizzo dell’imaging cerebrale per visualizzare il funzionamento del cervello negli adulti ormai già formati non dice però che tale funzionamento delle varie aree sia per forza un fatto innato. Inoltre bisogna anche tener presente la fase in cui si trova il capitalismo odierno con la possibilità e la necessità di “eternizzarsi”. La spiegazione che si pretende “evoluzionistica” in realtà vorrebbe spiegare l’evoluzione umana senza tener conto dell’evoluzione sociale e delle leggi che regolano questa. Il tutto solo perché i sistemi che si fondavano o pretendevano di fondarsi sulle teorizzazioni sociologiche hanno deluso i più.
2. Dopo queste prime sensazioni vediamo che in fondo questi due modelli non sono poi tanto diversi nella loro struttura. Bisogna dire innanzitutto che anche il modello sociologico ha le sue pecche. Se infatti questo modello spiega spesso molto bene eventi, fenomeni, processi di evoluzione sociale e così via, però manca di spiegare cosa c’è alla base di tutto. Per esempio, perché esistono spinte al cambiamento e spinte alla conservazione? Le spinte al cambiamento possono essere viste come il tentativo di fuoriuscire da uno stato di sofferenza, ma in un mondo migliore anche quelli che in passato erano ricchi e potenti vivrebbero bene come persone comuni rinunciando ai propri trascorsi privilegi. Eppure questi personaggi tendono per lo più a conservare il proprio status e non a cederlo con molta facilità. E non solo loro, anche moltissimi che non godono di una posizione sociale privilegiata tendono a essere non di rado conservatori.
Perché allora i potentati del mondo, ma anche la gran parte del popolo, tende a opporre non poche resistenze al cambiamento? Le teorie sociologiche spesso affermano che comunque sia l’essere umano è fondamentalmente conservatore. Quindi in fin dei conti neanche i sostenitori delle teorie a impronta sociologica escludono che esistano delle spinte ancestrali dovute a una strutturazione naturale dell’essere umano. Cambia però il concetto che si ha di queste pulsioni innate. Per esempio il fatto che gli esseri umani tendano a essere conservatori per natura non dice in che senso lo siano. Ma si evince chiaramente che mentre per i modelli naturalistici la spinta conservatrice è dovuta alla predisposizione a vivere in un certo modo prestabilito, i modelli sociologisti invece propendono per il concetto che le persone semplicemente tendono a conservare il contesto ambientale in cui sono cresciuti.
Ma anche il cambiamento però deve essere possibile. Se l’essere umano è in grado di mutare vuol dire che esistono aspetti della sua natura preposti al cambiamento. La stessa “utopia” se ben guardiamo, la voglia di fantasticare e volere un mondo migliore, armonioso, a “misura d’uomo”, è sempre presente nella storia e denota di far parte di quella strutturazione di base che i naturalisti chiamano “natura umana”.
3. Entrambi i modelli hanno per lo più una loro epoca d’oro di riferimento che rispecchia il modo di vivere tipico della natura umana, vista in modo diverso a seconda del modello prescelto. Quello sociologico si rifà in linea di massima a un “comunismo primitivo” risalente alle tribù di raccoglitori e cacciatori. Quindi in definitiva le teorie sociologiche non è che escludono un contesto sociale tipo che rispecchia la natura umana, ma identificano questo contesto nella tribù di cacciatori e raccoglitori in cui l’Umanità si è evoluta e poi allontanata per varie necessità. E a questa tenderebbe a tornare in una versione però “high tech”.
Diversamente invece le teorie “evoluzionistiche” si suddividono in linea generale in due versioni. Quella più “modernista” lascia intendere che il capitalismo in fin dei conti è la società tipo in cui si esprime pienamente la natura umana, il migliore dei mondi possibili. Anzi il capitalismo è sempre esistito in fondo e sempre esisterà. Questo non lo si dice apertamente, anzi è raro che si faccia ricorso al termine “capitalismo”, ma risulta chiaro dalla lettura che gli evoluzionisti fanno della storia. I comportamenti umani delle società precapitaliste sono visti esattamente come quelli della società capitalista. In realtà è piuttosto aleatorio dire che un dato comportamento possa essere simile o diverso da un altro, quale spirito lo abbia animato e così via. Si gioca sull’equivoco e sul non conosciuto.
La versione più “tradizionalista” delle teorie naturalistiche identifica invece l’epoca d’oro nel feudalesimo o nell’antichità. La Grecia classica, l’Impero Romano o il Sacro Romano Impero sono visti come dei punti di riferimento storici, dei “paradisi” in terra in cui l’armonia regnava sovrana contro il degrado odierno. Degrado spesso addossato alle velleità di cambiamento che fanno per lo più capo alle teorie sociologiche che non hanno tenuto conto della natura umana e contribuendo a creare un contesto storico disarmonico e innaturale come quello consumistico.
A quanto pare quindi entrambi i modelli alla fine non fanno altro che accusarsi vicendevolmente di contrastare il normale svolgimento della natura umana, entrambi però evidenziando, enfatizzando e sostenendo alcuni aspetti di essa e sminuendo, trascurando e contrastandone altri. Sistemi parziali quindi, che non vedono l’Uomo nella sua completezza, nel suo essere tensione, corda tesa tra cambiamento e conservazione, e di cui ogni espressione sociale è al tempo stesso interazione tra contingenze ambientali e istinti primordiali da esse modellati.

Alla base di tutto?
Lasciando perdere le dottrine e le correnti di pensiero su basi di tipo per lo più religioso e/o filosofico, e prendendo in considerazione quelli che assumono a fondamento dei propri principi postulati e teorizzazioni più o meno scientifici o che si pretendono tali, notiamo che la concezione base del naturalismo più diffuso sta nel fatto che l’evoluzione genetica sarebbe molto lenta, mentre quella sociale più rapida. Quindi si verrebbe a costituire una dicotomia tra evoluzione sociale ed evoluzione biologica. Mentre la natura umana rimarrebbe immutata per periodi lunghi, la società cambierebbe di continuo entrando spesso in contrasto con il modo di essere intrinseco degli esseri umani. Molte dottrine socio-politiche che condividono questa visione, propongono pertanto delle misure non per cambiare il mondo, ma anzi per mettere un freno allo sviamento che porterebbe al degrado e al disordine. Ecco che non di rado si affaccia la figura di un ordine morale e naturale con relativi tutori, di un insieme di valori a cui fare riferimento per non andare oltre eventuali misure e ricondurre l’evoluzione sociale nei ranghi della natura umana. Tutto ciò che va oltre è pertanto una violenza contro l’ordine naturale. La politica si trasforma così in un’operazione di gestione del dato e di vincolo all’ordine, nello stabilire il bene e il male e ciò che può essere fatto e ciò che non va fatto.
Questo ordine di pensiero trascura, però, di spiegare come mai gli esseri umani tendano anche a cambiare e a deviare dall’ordine, come mai pare sia più facile trasgredire questo che non rispettarlo. Inoltre molte ricerche, a parte alcune che evidenziano che ciò che si definisce “natura umana” sia qualcosa di molto più ampio, complesso e articolato e soggetto a cambiamenti non poi tanto lenti, attestano che in realtà l’evoluzione genetica sia molto più rapida di quanto si pensi comunemente e che anzi segue quasi a ruota l’evoluzione sociale.
Le argomentazioni naturalistiche sono logiche ma non dimostrate e forse non dimostrabili, o dimostrabili molto difficilmente. Prendiamo per esempio le cure parentali, e di conseguenza, l’istituto del matrimonio che ne esce fuori. Una certa percentuale di uomini è legata a donne che hanno partorito o partoriranno figli non loro. Nel matrimonio una certa percentuale di uomini rischia di allevare figli di altri senza saperlo o fingendo di non sapere, ovvero è un'istituzione mediante la quale un uomo ha una certa percentuale di rischio di allevare un figlio non suo.
Però il matrimonio monogamico consente anche una discreta "distribuzione" di donne a vari uomini, anche uomini comuni. Pertanto è un'istituzione conveniente per gli uomini oppure no? Un interessante articolo sul mito del libero amore è alla pagina http://www.giovannidesio.it/articoli/libero_amore.htm.
Se ben ci pensiamo senza matrimonio e disinteressandosi del fatto di dover educare i propri figli biologici e del fatto che una donna debba avere dei figli biologicamente suoi a cui tramandare ciò che possiede, in fondo un uomo vivrebbe meglio: niente intossicazioni di fegato, scenate di gelosia, delusioni, controlli vari, palpitazioni, etc.
Che vantaggio c'è nell'allevare figli biologicamente propri? Ovvero, che vantaggio c'è nel distinguere i figli propri da quelli degli altri? La società andrebbe avanti pure se tutti i bambini fossero educati da adulti che non per forza devono essere i loro genitori. Che vantaggi evolutivi ha il distinguere i propri figli da quelli degli altri?
Di certo ha dei "costi" conseguenti il controllo, l'accertamento, le varie "ansie" e roba del genere, ma per essersi affermato vuol dire che ha dei vantaggi che superano questi "costi".
E poi come si è affermato? Nelle strutture sociali più antiche in cui ci siamo evoluti, quale è la tribù, tutti i compiti attinenti l'educazione potevano benissimo essere svolti dalla tribù stessa. E forse ciò accadeva pure in vario modo. Però poi a detta di molti, con la proprietà privata sarebbe nata la famiglia e il diritto ereditario per garantire al maschio di tramandare le sue proprietà ai propri figli. Si, va bene, però il fatto che il maschio abbia l'esigenza di tramandare le sue proprietà ai propri figli presuppone l'esistenza di questa esigenza o se vogliamo di questo "istinto", altrimenti il diritto ereditario non sarebbe nato.
Ma da dove proviene questo "istinto"? E qual è il motivo della sua esistenza?
Datosi che il legame monogamico e le cure parentali comportano di certo dei costi, per essersi affermate vuol dire che devono comportare anche dei vantaggi che ripagano tali costi. Ma il tutto non è detto che debba per forza di cose essere di mera natura biologico-evolutiva.
Nel suo libro "Il gene egoista", Richard Dawkins espone la tesi che l'evoluzione non è di specie ma dell'individuo all'interno della specie. Cioè tutto quello che un individuo fa non è per la sopravvivenza della specie ma per la sopravvivenza dei suoi geni, ossia dei propri figli e parenti a discapito degli altri non parenti a lui.
Ma nonostante questo succede che spesso un individuo si comporta in modo "cooperativo" e non "competitivo" con altre persone non parenti all'individuo, ma solo se la cosa da un vantaggio all'individuo stesso, la cosiddetta strategia "tit for tat", ossia io faccio un favore a te, tu ne fai uno a me ed alla fine abbiamo un vantaggio entrambi. Si fa un favore agli altri solo se è utile a se stessi.
Da questo punto di vista un uomo che fa crescere un figlio usando le risorse di un altro uomo ha un vantaggio enorme, chi fa crescere un figlio non suo dedicandogli risorse ha uno svantaggio enorme.
Ok, ottimo! Mettiamo però due tribù, una in cui i bambini sono allevati dagli adulti senza che i genitori si interessino di chi siano i loro figli e un'altra in cui i genitori ci tengono a distinguere i propri figli dagli altri bambini ed occuparsi più direttamente della loro educazione. Ora quale delle due tribù si riproduce meglio? E perché?
Si può azzardare una risposta. E cioè che questa tribù in cui i genitori non si interessano dei bambini si trasformerebbe in una in cui i genitori distinguono i bambini.
Ammettiamo che volersi prendere cura dei figli sia un comportamento dettato dai geni e non dalla cultura.
Ammettiamo che ad un certo punto in questa tribù c'è una mutazione genetica che porta una persona a volersi prendere cura dei propri figli e non di bambini a caso. Questi figli avranno un vantaggio rispetto agli altri perché i loro genitori si interessano maggiormente a loro e trasmettono a loro volta questo vantaggio ai loro figli.
I geni che non fanno interessare i genitori dei propri figli quindi scompaiono e restano solo gli altri. Sempre però che le attenzioni dirette dei loro genitori riescano davvero a garantire un trattamento migliore. Il fatto si tradurrebbe in attenzioni = cibo + insegnamenti su come vivere = sopravvivenza.
Questo sarebbe particolarmente vero dove il cibo scarseggia, non come oggi che basta andare al supermercato.
I bambini hanno un periodo in cui non sono autosufficienti ed hanno bisogno di un adulto per sopravvivere. Negargli le attenzioni vuol dire morte.
Ma nella tribù senza genitorialità il cibo viene distribuito con certi criteri e gli insegnamenti vengono impartiti dagli adulti. Ora come fanno i genitori col gene della genitorialità a fuoriuscire da questi canoni? Devono ingaggiare battaglia col resto della tribù?
E qui c’è da dire che non ha importanza il metodo, non è dettato dai geni il metodo usato per aiutare i propri figli, al massimo i geni ti portano a voler aiutare di più i tuoi figli che gli altri. Una volta che un genitore vuole più bene ai suoi figli trova un qualche metodo per aiutarli, anche in modo subdolo e contro la legge volendo, è pur sempre un vantaggio che i geni della genitorialità hanno rispetto a chi si interessa di tutti i bambini indifferentemente. La vita presenta molte occasioni per poter sfruttare questo vantaggio che gli altri (quelli senza la genitorialità) non hanno.
E anche la tribù nel suo complesso ne avrebbe vantaggio nel lungo periodo?
Dawkins dà proprio dei valori alle persone, in base ai quali è vantaggioso indirizzare il proprio investimento di risorse (tempo, cibo, etc.), un figlio vale la metà di se stessi, un nipote un quarto, anche i fratelli o i genitori hanno un certo valore. Un bambino non parente vale 0.
Il punto è che una persona non vive per la sua tribù, ma per diffondere i propri geni (non i geni umani, ma del singolo individuo), in questo senso la selezione non è "di specie" ma individuale.
Il tutto sembrerebbe molto interessante. Non mi hanno mai convinto molto le teorie del "gene egoista" però il tutto ha una sua logica non c’è che dire. Ma il fatto che vi sia una logica non per forza vuol dire che sia tutto vero.

Basi e principi dei due sistemi
Ma anche il sistema sociologico ha dei suoi principi base. Questi si fondano sul fatto che l’essere umano sia fondamentalmente buono e tutto ciò che c’è di cattivo, come la spinta alla violenza per esempio, è dovuto alla necessità di affrontare ostacoli e difficoltà che si frappongono al suo pieno sviluppo e al soddisfacimento delle sue esigenze. Pertanto questa linea teorica assume alla propria base un’idea di essere umano costituito si da pulsioni innate, ma che sono fondamentalmente buone e pacifiche, che però lo predispongono ad affrontare molte contingenze ricorrendo anche alla violenza, ma una violenza però che è risposta alla costrizione e alla repressione della natura pacifica. Questo mentre invece i sistemi naturalistici sostengono che la spinta alla violenza sia molto meno “condizionata” e “spontanea” e possa sorgere anche in assenza di circostanze che facciano particolari pressioni, magari per conservare il proprio status quo.
In effetti la costruzione di società gerarchiche e suddivise in classi, la costituzione di coppie eterosessuali per l’allevamento dei bambini e la suddivisione di ruoli in base al sesso sembrerebbero le caratteristiche fondamentali della società umana basata su un ordine naturale che rispettano quella natura umana sostenuta dal naturalismo. Mentre invece solo l’istinto alla socialità, alla comunicazione, alla condivisione e il bisogno di agire per la comunità ed essere accettati dagli altri, a inseguire il piacere e fuggire il dolore caratterizza il concetto di natura umana concepita dai sociologisti.
Quindi mentre per i primi gli esseri umani tenderebbero per natura a fondare gerarchie competitive, per i secondi invece no. Da qui la diversa concezione del contesto che avrebbe caratterizzato l’epoca di maggiore evoluzione dell’Umanità, ossia la tribù di cacciatori e raccoglitori, epoca durata milioni di anni contro i pochi millenni di storia agricola e industriale. Secondo il naturalismo nelle tribù esistevano già gerarchie competitive, gruppi interni in lotta tra loro e coppie monogamiche. Invece gli altri sostengono che le tribù primitive fossero caratterizzate dall’assenza di competizione interna, seppure vi fosse stata una specie di gerarchia, questa sarebbe stata fondata sul rispetto e l’autorevolezza e non sulla competizione. Inoltre questa impostazione teorica sostiene che le coppie monogamiche siano state un parto della società agricola e che nella tribù primitiva non avevano alcun motivo di esistere. Infatti sembrerebbe che la tribù tipo fosse di tipo matrilineare, secondo alcuni addirittura “matriarcale” e quindi fondata sulla gens matriarcale. I bambini erano educati da tutti i maschi e tutte le femmine della gens e della tribù e non dai genitori naturali i quali anzi non avevano alcun interesse a occuparsi in linea esclusiva dei propri figli, ma preferivano occuparsi, assieme a tutti i membri della gens e della tribù, dei figli di tutta la gens e tutta la tribù. Il fatto che tali tipologie di tribù siano piuttosto minoritari oggi per i naturalisti è dovuto al fatto che si tratterebbe di un sistema poco competitivo da un punto di vista evolutivo, come abbiamo visto sopra, mentre i sociologisti affermano in genere che oggi si sono estinte per motivi di evoluzione sociale, ma in passato costituivano il modello tipo dei popoli tribali.
La coppia monogamica sarebbe quindi sorta con la rivoluzione agraria, quando a seguito dell’appropriazione privata di fondi agricoli da parte di singoli guerrieri, questi avrebbero avuto l’interesse di isolare la propria femmina o le proprie femmine dagli altri maschi, allo scopo di essere sicuri di tramandare il proprio patrimonio ai figli biologici.
In effetti, come già abbiamo avuto modo di vedere, il ragionamento fila, ma non si spiegano però bene i presupposti su cui a un certo punto gli uomini abbiano abbandonato la proprietà comune della terra e delle donne e imbracciato la strada dell’appropriazione privata. Cioè un spiegazione ci sarebbe e cioè che l’aumento della popolazione modifica sempre il rapporto popolazione/risorse e questo cambiamento nel rapporto spinge a cambiare i sistemi di produzione. Ma perché l’ossessione a impossessarsi della terra e del bestiame in linea privata? E perché quella di tramandarla ai propri figli biologici? Devono esservi quindi delle basi naturali che devono aver spinto i nostri antenati a intraprendere un certo cammino.
Infine contro il sociologismo ci sarebbe da dire che le sue teorie spesso fanno capo al materialismo dialettico di ispirazione marxiana (http://it.wikipedia.org/wiki/Materialismo_dialettico). Popper (http://it.wikipedia.org/wiki/Karl_Popper) affermava che il materialismo dialettico non sarebbe scientifico (http://it.wikipedia.org/wiki/Materialismo_dialettico#Popper:_il_materialismo_dialettico_non_.C3.A8_scientifico) in quanto “si presenta come una teoria capace di spiegare qualsiasi fatto ricada nel suo ambito e quindi di sottrarsi ad ogni possibile ed immaginabile confutazione (o falsificazione nel linguaggio di Popper). Appunto qui sta il vizio del materialismo dialettico: poiché rinuncia al principio di non contraddizione, se un fenomeno non è compatibile con una particolare tesi, vuol dire che ne é l' antitesi e come tale viene accettato insieme con la sua tesi. In tal modo la capacità di distinguere tra affermazioni a sostegno oppure contrarie ad una qualche teoria che poggi sul materialismo dialettico, viene di fatto annullato, rendendone impossibile una qualsiasi giustificazione oppure confutazione.
Pertanto poiché il materialismo dialettico presume di poter spiegare qualsiasi fenomeno, sia naturale sia storico ricada nel suo ambito, esso, poiché non falsificabile, non può essere considerato una vera dottrina scientifica come invece pensavano Marx e Engels.
Popper ebbe a scrivere sull'apparente potere esplicativo del materialismo dialettico marxista:
« Sembravano in grado di spiegare praticamente tutto ciò che accadeva nei campi cui si riferivano [...]; un marxista non poteva aprire il giornale senza trovarvi in ogni pagina una testimonianza in grado di confermare la sua interpretazione della storia; non soltanto per le notizie, ma anche per la loro presentazione e soprattutto per quel che non diceva. »
A detta di Popper:
« Il materialismo dialettico è compatibile con i più disparati comportamenti umani, sicché è praticamente impossibile descrivere un qualsiasi comportamento che non possa essere assunto quale verifica della teoria. »
Questa sua infalsificabilità secondo Popper rende il materialismo dialettico essenzialmente non-scientifico.”
Anche tutto questo ragionamento di Popper fila. Ci troviamo insomma di fronte a una teoria che avrebbe sempre ragione e ciò sarebbe dovuto a una sua eccesiva completezza: essa comprende anche la sua negazione. Una sorta di autodifesa perenne che si traduce in una sempre continua conferma della teoria. Insomma nulla può contraddire il materialismo dialettico per il semplice motivo che questo comprende anche ciò che lo nega. Ma questa è davvero una sua mancanza oppure ciò è dovuto al fatto che si tratta di una sorta di teoria del tutto che davvero tutto ricomprende e tutto spiega? E se ciò fosse dovuto al fatto che il materialismo dialettico davvero ha colto l’essenza della realtà e per tale ragione non può essere falsificata? Il problema però non è tanto che gli eventi reali, a detta di Popper, non potrebbero contraddirla, ma anche quelli immaginari in quanto sarebbe impossibile anche immaginare eventi che la negano. Ammettendo che ciò sia vero, sarebbe davvero dovuto a una sua inesattezza intrinseca o forse invece al fatto che essa coglie in pieno e totalmente persino il più intimo meccanismo della mente umana?

Ordine contro utopia
In tutta la storia umana troviamo due cose che sempre hanno fatto gli uomini: creare società in cui non mancavano quei fenomeni definiti “ingiustizie” e sognarne di migliori in cui questi fenomeni non ve ne fossero. In tutta la storia umana le società che si sono succedute hanno avuto peculiarità proprie, ma anche elementi in comune. Il bisogno di ordine per esempio e una certa gerarchia, ma anche lotte per il potere non sono mai mancate seppure hanno preso diverse forme.
Ma in tutta la storia umana non sono neanche mai mancati i sogni di un mondo migliore. E anche questi hanno elementi piuttosto specifici alle varie epoche e altri invece in comune. Specifici sono gli elementi organizzativi e di lavoro. Per esempio in una società agricola prevarrà l’utopia di un mondo in cui ognuno abbia la sua terra fertile da coltivare senza immani fatiche. In una società industriale prevarrà l’utopia di un mondo automatizzato in cui i lavori pesanti sono delegati quasi completamente alle macchine mentre le persone potranno dedicarsi alle attività intellettuali e di alto interesse personale.
In comune ci sono invece alcuni elementi sociali, come per esempio la fratellanza, la pace, l’armonia sociale, l’assenza di povertà e di miseria e di ogni forma di prevaricazione. L’aspetto politico in apparenza muta a seconda diversi tipi di utopie sociali. Troviamo quelle di stampo “monarchico” o fondate su un leader carismatico fino a giungere a quelle più egualitarie con l’assenza di ogni tipo di gerarchia e di capi. In realtà cambia molto la forma ma non la sostanza, perché seppure il leader carismatico non gode di un’investitura formale, anche nelle costruzioni più “anarchicheggianti” non viene esclusa l’esistenza di un buon capo che governa non sulla base di un potere fondato sulla forza ma con la sua saggezza e il cui potere si fonda sulla sua statura morale e la sua autorevolezza. Un potere al servizio del popolo e animato da un grande amore verso questo è non di rado alla base dei “sogni” socio-politici di una gran parte di teorici dell’utopia.
Pertanto risulterebbe che anche l’utopia e l’atto di “utopizzare” facciano parte di quella che i naturalisti chiamano natura umana. Gli uomini da sempre costruiscono società in cui il loro “lato oscuro” non risparmia di farsi vedere, di uscire alla luce, la violenza e la prevaricazione si manifestano in varie salse e varie gradazioni, ma da sempre sognano che queste non ci siano. È la tensione tra l’essere e il dovere o il voler essere, forse due aspetti della natura umana in perenne conflitto tra loro. Forse il principale nemico dell’Uomo e dell’uomo è l’Uomo e l’uomo stesso.
Si potrebbe però ipotizzare che la realtà sociale non priva di nefandezze sia il risultato dello scontro delle istintive e naturali aspirazioni umani con la dura realtà. Una realtà che ricomprende tutti quegli ostacoli di varia natura all’esprimersi pieno e chiaro di queste aspirazioni. Ma siamo certi che questi ostacoli siano tutti esterni? Siamo certi che non vi sia qualcosa di “oscuro” all’interno dell’essere umano che lo ostacola nel realizzare le sue aspirazioni? E qui si suddividono le visioni sociologiche da quelle naturalistiche. Secondo le prime i lati oscuri della natura umana, violenza, prepotenza, prevaricazione, fuoriescono in funzione delle variabili esterne, degli ostacoli esterni, naturali o sociali che siano, come una reazione verso di essi. In assenza di tali ostacoli, nel momento in cui la società dei sogni si realizza sgominando le forze esterne del “male”, questi non avrebbero più motivo di esistere e l’Umanità potrebbe vivere in un mondo privo di nefandezze. La versione naturalistica invece afferma che è nella natura umana che questi istinti fuoriescano e che, anzi, non di rado, invece di essere una vera reazione a dei veri ostacoli esterni, cerchino il pretesto per potersi manifestare e che non di rado tali ostacoli costituiscono più una scusa, o addirittura creati ad hoc e finalizzati alla manifestazione di naturali tendenze umane.
Ed è da questo scontro tra ordine e utopia che i naturalisti invitano alla prudenza nell’inseguire utopie mentre gli utopisti invitano alla ribellione verso pretesi ordini naturali.
Altra caratteristica sempre presente nella storia è la “sublimazione e oggettivazione della causa di parte”. Da sempre gli esseri umani si sono stretti in un dato gruppo in lotta contro un nemico comune. E questa lotta è sempre stata spinta da una causa che andasse oltre i meri interessi soggettivi di tale gruppo. Troppo blando e meschino sembrerebbe dire che si lotta per i propri legittimi interessi, quindi si elevano tali interessi al rango di bene sommo, di verità assoluta di fine ultimo del mondo. E così la lotta diventa quella del bene contro il male. Ovviamente ciò è anche dovuto dal fatto che i nostri punti di vista sembrano ai nostri occhi come oggettivi e assoluti. Questo avviene a un livello di raziocinio non molto elevato, mentre con un ragionamento più impegnativo si riesce a comprendere che siamo solo una componente del mondo e che i nostri fini non sono i fini del mondo, neanche del solo mondo umano. Il raziocinio può intervenire per integrare e correggere i nostri livelli di natura più istintivi. E una buona educazione può infondere tali meccanismi “correttivi”, spesso molto utili alla vita sociale, nell’individuo in maniera molto ben radicata. Quindi non sempre a quanto pare l’educazione volta a correggere certi istinti è un fatto “repressivo”, spesso è invece un vero e proprio atto formativo.

Rivoluzione selettive e società darwiniane
Un’ipotesi alternativa alle due sopra esposte può essere quella che vede l’evoluzione genetica più rapida di quanto non la vedano entrambe. Alcune ricerche mostrerebbero che il nostro patrimonio genetico negli ultimi diecimila anni sia in effetti mutato di parecchio per effetto della “civiltà”. Pare addirittura fino a un 20%. Nel suo libro “L’evoluzione della cultura” (http://www.libreriauniversitaria.it/evoluzione-cultura-proposte-concrete-studi/libro/9788875780012), Luigi Cavalli Sforza (http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Luca_Cavalli-Sforza), nota che i geni per la produzione dell’enzima per la digestione del latte si siano modificati dopo che divenne usanza, a seguito della nascita della pastorizia e dell’allevamento di bestiame, bere latte anche in età adulta. Così se prima con la fine dell’allattamento gli individui finivano di produrre tali enzimi, ora in moltissimi paesi, soprattutto occidentali, in cui il latte si usa berlo anche in età adulta, la maggior parte degli individui possiede geni che permettono di produrre tali enzimi anche in età adulta.
La civiltà sembra avere influito parecchio sull’evoluzione genetica e che evoluzione sociale e biologica siano tra loro più interconnesse di quanto sembri. Pertanto sembra che la società faccia da ambiente per ulteriori selezioni genetiche, selezionando gli individui più adatti a vivere in un dato contesto sociale. Così il feudalesimo poteva selezionare i soggetti più coraggiosi, più fedeli e più eroici, mentre il capitalismo potrebbe invece favorire i soggetti più competitivi, più furbi, più scaltri.
Non solo, ma le stesse rivoluzioni, gli stessi momenti di passaggio da una società all’altra potrebbero costituire una selezione rapida di individui. L’eccidio che segue la rivoluzione, ma anche il cambio di assetto sociale, porterebbero a un mutamento nella marcia selettiva. Ovviamente se vincono le forze rinnovative, altrimenti tale cambiamento non ha luogo e permane il vecchio assetto. Del resto le selezioni quando sono violente sono molto rapide in quanto molti individui vengono scartati subito, spesso con la morte.
Questa visione può portare una nuova ottica nell’ambito dei rapporti tra genetica e società, ma non tiene però conto della controversa natura che c’è nello stesso individuo, il quale può essere predisposto a spinte tra loro contrarie e lo sviluppo di alcune a scapito di altre dipende dall’ambiente. Lo stesso individuo, insomma può essere adattabile a vivere in diversi contesti, essere malleabile a seconda dell’apprendimento.
La visione sociologica pone come ovvio limite l’aumento di rigidità che sovviene con l’età nel soggetto. Ciò che si apprende nei primi anni di vita forma gran parte della nostra personalità, poi pian piano il tutto diventa sempre più informativo e meno formativo. Per cambiare modo di essere in età adulta c’è bisogno di uno sforzo molto più grande che in età dello sviluppo. Ma anche questo è posto in dubbio da molte ricerche che suggeriscono che anche in età adulta non sia poi tanto difficile plasmare il cervello. Probabilmente entrambe le visioni sopra esposte, combinate, potrebbero spiegare perché la natura umana è tanto complessa, controversa e malleabile: una vita sociale complessa e mutevole non ha tanto selezionato individui adatti a un dato contesto quanto soggetti elastici e adattabili a vari contesti dinamici. Insomma individui quanto più complessi sia possibile. È una “formula” che spiega come l’uomo si adatti al contesto naturale e sociale ma non come egli adatti il contesto a se stesso. Ma forse la realtà è più vasta e sta nel fatto che l’uomo è un sistema complesso atto a creare relazioni di adattamento reciproco tra sé e il contesto in maniera quanto più rapida sia possibile. Laddove non riesce ad adeguare l’ambiente adegua se stesso all’ambiente. Si tratta paradossalmente di un meccanismo antico e non solo umano, in quanto tutti gli altri viventi devono adeguarsi all’ambiente, ciò che c’è di nuovo nell’Uomo è solo la sua capacità di adeguare l’ambiente a sé. Eppure, sempre paradossalmente, questa sua capacità, invece di renderlo più “rigido” pare che si accompagni a una sua estrema elasticità. Ma questo però è un discorso, seppure interessante, che non è pertinente in questa sede.

L’inconscio e la trasmissione culturale
Con le moderne analisi del cervello, tipo brain imaging e roba varia, si è attestato che i processi coscienti fanno capo più o meno ai neuroni dello strato esterno della corteccia cerebrale, mentre i processi inconsci allo strato più interno.
E si è visto che il processo decisionale si attiva negli strati più interni verso quelli esterni. Quindi noi non prendiamo delle decisioni coscienti, ma è l'inconscio che informa la coscienza delle decisioni prese. E' ovvio che l'influenza tra "strato" cosciente e quello incosciente è reciproca e il fatto che noi pensiamo molto è dovuto alla struttura della corteccia: i neuroni dei processi coscienti sono molto più interconnessi tra loro che non con quelli dei processi inconsci.Inoltre l'inconscio è una sorta di "raccordo" tra mondo esterno e pulsioni interiori profonde. Queste ultime lanciano degli input dall'interno mentre invece attraverso la coscienza l'inconscio riceve input dall'esterno. Quindi riceve diverse "spinte" che lo forgiano continuamente, ma ovviamente la sua elasticità tende a calare con l'età, in particolare se nell'infanzia è molto malleabile, durante l'età adulta diventa non rigido ma di certo molto più stabile.
La gran parte delle pulsioni che caratterizza la nostra personalità e il nostro modo di essere e di fare ha sede nell’inconscio. È qui che risiede il nucleo del nostro essere psichico, nelle profondità del sistema limbico e neurocorticale. E ciò rende difficile poter identificare cosa provenga da input “interni”, che si potrebbero definire piuttosto “naturali” e cosa da input esterni sociali. A complicare il tutto vi è il fatto che la struttura inconscia si forma grosso modo nei primi anni di vita. Come si fa, in uno strato così profondo e inconsapevole della nostra mente che si forma in un’età così precoce, a identificare ciò che è frutto dei geni e ciò che invece ha preso forma ad opera dell’apprendimento? E se invece la formazione delle nostre strutture mentali e delle nostre pulsioni, anche più profonde, avesse una duplice natura, sarebbe frutto di un’interazione per sua natura indistinguibile?
Ciò che riguarda la nostra struttura psicofisica, che sia ciò che ha preso forma per input sociale o per un processo di sviluppo dovuto alla genetica, è un problema non statico ma di processo. Il nostro essere è un continuo processo che prende forma in modo veloce nei primi anni e poi via via sempre più lentamente e superficialmente interagendo continuamente con l’ambiente. Pertanto, se è vero che non tutto ciò che è strutturale è per forza naturale ma può anche essere dovuto a un adattamento ambientale, è anche vero che non tutto ciò che prima non c’era e poi viene ad essere vuol dire che sia dovuto ad adattamento ambientale, potrebbe anche essere frutto di un processo che avrebbe avuto luogo in qualsiasi contesto o quasi. Un problema di “importazione” insomma: una data pulsione è stata importata dall’esterno o invece è stata attivata da un processo interno? Di certo la predisposizione c’è, per tutto ciò che gli esseri umani sono e fanno c’è una predisposizione, altrimenti non potrebbero esserlo e farlo. Un po’ una scoperta dell’acqua calda questa ma consentitemela.
Per poter sapere cosa è dovuto a input esterni e cosa invece è dovuto a un processo di evoluzione naturale e intrinseco, bisognerebbe studiare o un grosso numero di casi piuttosto diversi, distanti e senza alcun rapporto tra loro e vedere cosa hanno in comune, oppure soggetti molto simili geneticamente ma che sono cresciuti in contesti molto diversi. Così si può sapere cosa è che sorge in qualsiasi contesto, se una data pulsione ci sarebbe anche in condizioni diverse oppure non ci sarebbe o in suo luogo ce ne sarebbe un’altra. Questo almeno fino a un ulteriore sviluppo degli studi di genetica.
Il primo caso è quello di studiare varie persone di svariatissimi contesti, razze, popoli e culture. Le caratteristiche che presentano in comune tra loro possono avere un’alta probabilità di essere di origine naturale. Ma vi può comunque essere anche il sospetto che vi sia stata in un certo modo una diffusione culturale di un dato carattere, sospetto non di facile verifica.
L’altro caso invece rappresenta quello dei gemelli identici cresciuti in ambienti diversi. Hanno lo stesso patrimonio genetico ma sono allevati in ambienti completamente diversi tra loro. Tutto ciò che non hanno in comune può essere di derivazione esterna, mentre tutto ciò che hanno in comune può essere di origine intrinseca. In realtà i casi sono molto pochi, non sufficienti per poter costituire una vera e propria verifica sperimentale. Comunque parrebbe che i pochi casi avvenuti avvalorerebbero di parecchio le tesi sociali e meno quelle naturali.

Identitarismo contro paritarismo
Anni fa in un corso di formazione a cui partecipai ebbi il piacere di discutere con un mio amico e collega riguardo un libro che lui stava leggendo. Il libro si intitolava “Comunitari e liberal, lo scontro del prossimo secolo?” (eravamo nel 2000). Detto in modo semplicistico all’ennesima potenza, il libro trattava di due atteggiamenti, due modi di rapportarsi col mondo, uno, quello comunitario, che prende come riferimento le caratteristiche specifiche della propria comunità (o categoria se vogliamo metterla in senso più generico) mentre l’altro, quello liberal, proporrebbe un modello universale considerato come il non plus ultra del modo di essere uomini ed essere liberi. Si tratterebbe però più che di un vero e proprio modello, di un meta-modello. Quello liberal è solo una serie di principi che lascia la libertà a ognuno di scegliere il proprio modo di essere e di rapportarsi col mondo indipendentemente dalla propria naturale categoria di appartenenza. Questo mentre invece il modello comunitario suggerirebbe di rispettare e conformarsi al modo di essere della categoria a cui l’individuo appartiene.
Cosa c’entra col discorso tra natura e cultura? C’entra perché non di rado i “comunitari”, per oggettivare e sublimare le proprie argomentazioni, fanno ricorso alla visione naturalista dell’essere umano, mentre invece i liberal intendono svincolare l’essere umano dall’ordine naturale e affidarlo alla propria libera scelta dettata più dal contesto sociale. Per i “comunitari” (e non solo: http://xoomer.alice.it/giubizza/pezzo01.htm) questa libertà può però essere una nuova trappola che da una parte renderebbe gli individui dei meri numeri in balìa delle mode della società consumistica e dall’altra li abbandonerebbe a se stessi senza una guida e senza una vera libertà.
Ma qual è l’origine di questi due atteggiamenti? Nel medioevo non esisteva una distinzione tra naturale e divino. Ciò che era naturale era considerato opera divina e ciò che era divino si esprimeva in maniera visibile nella natura. Solo con l’avvento della scienza moderna, per l’appunto definita scienza della natura, si iniziò a concepire la natura come un sistema a sé stante e concettualmente indipendente dall’ordine divino. Il tutto aveva una funzione rivoluzionaria: porre una visione del mondo alternativa e più avanzata, più profonda, più raffinata, rispetto a quella tradizionale.
Col tempo però, una volta impostosi il sistema naturalistico, questo assunse finalità conservatrici. Al posto dell’ordine divino si poneva come sacro e inviolabile l’ordine naturale delle cose. Gli individui occupavano un certo posto, avevano un certo atteggiamento, erano sottoposti a determinate cose, non per volontà divina, ma per uno stato di natura del mondo. Al concetto di anima e destino tracciato da dio si sostituì quello di eredità biologica e natura umana. Ma in sostanza tutto tornò come prima.
Nacque pertanto l’esigenza di stravolgere ulteriormente le carte. Così molte correnti di pensiero iniziarono a concepire l’Uomo non più come prodotto della natura, ma della società. L’Uomo è ciò che viene a essere in base ai condizionamenti che la società gli incute e gli impone e non ciò che è. Perché sia ciò che è bisogna fare in modo che egli sia consapevole di tali condizionamenti o che questi si riducano il più possibile oppure, per la gran parte, che siano input corretti e non alienanti. Con gli input sociali adeguati si può formare un tipo di Umanità più avanzata e civile. Questa visione ha poi portato a quella moralistica da una parte (che per la precisione affonda le radici anche in varie dottrine religiose) la quale affida all’educazione individuale la soluzione alle problematiche sociali, migliorando gli individui si milgiorala società in quanto questa è la somma degli individui che la compongono. Dall’altra parte invece vi è quella di tipo collettivistico rivoluzionario o riformistico che si dà a una programmazione di rinnovamento socio-economico di tipo rivoluzionario, ma anche riformistico. Secondo tale impostazione la società è qualcosa di più del semplice insieme dei soggetti che ne fanno parte, essa ricomprende anche i rapporti che questi hanno tra loro e con tutto l’ambiente socio-economico e culturale.
Fin qui abbiamo sintetizzato per sommi capi e in maniera molto semplicistica (esageratamente direi…) l’evoluzione dei due sistemi di pensiero socio-umanitario. A fianco a queste e spesso intrecciate ad esse vi sono i due atteggiamenti, comunitari e liberal, di cui ho detto sopra. I due termini indicano il rapporto tra la comunità etnica di appartenenza e gli individui che ne fanno parte, io invece preferisco allargare il discorso alla categoria di appartenenza in generale e non limitarmi solo al contesto etnico. Utilizzerò pertanto i termini “identitarismo” ed “egualitarismo” interessandomi di come questi due atteggiamenti hanno interpretato il processo di liberazione ed emancipazione di categorie considerate sottomesse in rapporto alle categorie considerate dominanti. La questione della sottomissione reale o presunta è alquanto controversa e la lascio stare affidandomi al banale senso comune.
Dunque, l’identitarismo starebbe ad indicare l’esaltazione e la conservazione delle specificità della propria categoria di appartenenza, mentre l’egualitarismo invece rappresenta la rivendicazione di uguaglianza tra le categorie sottomesse, o considerate sottomesse dal senso comune, le quali troverebbero la propria via di liberazione e di emancipazione attraverso la propria parificazione con le categorie dominanti o considerate dominanti dal senso comune. Insomma mentre l’eugualitarismo vede l’emancipazione nell’essere o divenire uguali agli attuali o vecchi dominatori, l’identitarismo invece vede l’emancipazione come la libertà di esprimere la propria identità, nel liberare il modo di essere a seconda della propria categoria di appartenenza.
L’egualitarismo era per lo più predominante fino alla caduta dell’Unione Sovietica. Il crollo del gigante sovietico e il successivo periodo che ha visto un certo fallimento delle politiche economiche volte a imitare e seguire i diktat dei paesi occidentali, la delusione che l’imitazione dei modelli di vita occidentali ha comportato nei paesi dell’est europeo, nel terzo mondo e nel mondo intero, anche nello stesso occidente, tutto questo ha comportato la crisi del mito dell’industrialismo “buono”, del paradigma dei modelli di civiltà e di avanguardia e roba del genere. Così se prima i paesi coloniali dovevano imitare il modello di sviluppo dei paesi più avanzati, se le donne dovevano essere come gli uomini, i neri come i bianchi, gli “schiavi” come i padroni, da circa una ventina di anni tutto è mutato. Se prima si rivendicava il diritto a essere uguali, a ripercorrere le stesse strade e gli stessi modi di essere, ora si è scoperto il diritto a essere diversi, a ripercorrere proprie strade e propri modi di essere. Così i popoli coloniali non devono essere come i paesi avanzati ma a modo proprio, le donne non devono essere come gli uomini, i bianchi non come i neri, gli “schiavi” non come i padroni e così via.
E datosi che i vecchi o attuali dominatori o “dominatori” sono ora i cattivi di turno e che c’è sempre la tendenza a sublimare il tutto, ecco che il modo di essere dei dominati o dei “dominati” diviene la bontà per eccellenza. Così la cultura e la visione del mondo dei popolo coloniali sono più aperte, rispettose e civili di quelle dei paesi avanzati, la psiche e la sessualità femminile sono più “compless(at)e” e “complete” di quelle maschili, le qualità psicofisiche dei neri sono migliori di quelle dei bianchi, la tempra degli “schiavi” è superiore a quella dei padroni e via cantando. E chi osa contraddire tali “verità” allora è razzista, maschilista, imperialista, misogino, schiavista etc. E come se non bastasse l’esaltare una parte bisogna anche denigrare l’altra. La denigrazione nasce da diverse “teorie” tra cui quella più o meno vera o più o meno presunta che afferma che il rapporto di dominio impoverisce sotto molti aspetti il dominatore mentre arricchisce il dominato. Nel rapporto di domino insomma, mentre il dominato si vedrebbe costretto ad affrontare la dura realtà e a sviluppare strategie di gestione della propria vita più complesse e ricche, il dominatore si curerebbe solo di conservare il proprio dominio e ricavarne dei vantaggi. Così si “spiegherebbe” la grettezza e la rapacità vera o presunta dei paesi avanzati, del genere maschile, dei bianchi, dei padroni e così via. Modi di essere, insomma, non più da imitare ma da cui allontanarsi. Anzi sono i vecchi e nuovi veri o presunti dominatori a dover essere “rieducati”…
Grosso modo l’atteggiamento identitarista fa uso della visione naturalista, questo ovviamente quando può permetterselo, in quanto è un po’ difficile sostenere che un operaio o un bracciante agricolo sia geneticamente diverso dal suo padrone. Mentre invece l’atteggiamento egualitario si rifà alla visione sociale sostenendo che le differenze sono in gran parte prodotto della sottomissione e funzionali a queste, quando tra le categorie in questione c’è stato da sempre un rapporto, o invece costituiscono segno di arretratezza da superare, quando le categorie in questione non sono sempre state in contatto tra loro e il rapporto vero o presunto di dominazione è piuttosto recente. In effetti nel primo caso costituisce un paradosso voler conservare tutte le caratteristiche della categoria considerata sottomessa e liberata, sarebbe come un galeotto che rivendica la sua divisa da carcerato anche quando è stato liberato.
C’è anche da dire che tale correlazione non è che sia poi tanto necessaria, e in effetti non sempre esiste, in quanto una certa caratteristica può voler essere conservata o superata indipendentemente dal fatto che sia naturale o sociale. Ma c’è comunque una vaga tendenza a identificare col naturale tutto ciò che è immodificabile e per sociale tutto ciò che è da modificare, e così il ricorso a una visione o a un’altra rafforza le tesi a sostegno dell’uno o dell’altro atteggiamento.
I punti deboli di tali impostazioni consistono secondo me in primo luogo nel prendere come punto di riferimento costante l’altro, il modo di essere che pertiene l’altra categoria e non se stessi o le proprie aspirazioni, come si è in realtà o in potenza. Il ragionamento, che sia “io sono uguale” o “io sono diverso”, che sia “io devo essere uguale” o “io devo essere diverso”, si riferisce sempre all’altro e mai in un modo di essere secondo le proprie esigenze, le proprie caratteristiche, le proprie aspirazioni. E ciò ricomprende anche una certa obbligatorietà in quanto il concetto è che bisogna essere in un dato modo, riferito all’altro.
Altro punto debole è la netta catalogazione di tutto un insieme di variabili che non per forza devono farsi ricomprendere in gruppi monolitici. Non è detto che una persona sia di tipo A o di tipo B, una persona è se stessa e basta. È ovvio che molte cose prendono per forza spunto da input esterni, ma ognuno deve scegliere “usi” e “costumi” confacenti a se stesso e non farsi imporre conformazioni di qualsiasi tipo. È ovvio altresì che questa autoreferenzialità non deve trasformarsi in una chiusura a riccio, bisogna essere aperti anche verso gli altri, verso le proprie esigenze, ma è sempre il proprio “sé” che deve in qualche modo “decidere” come esprimersi e formarsi.
Forse questo mio ragionamento mi farà etichettare da qualcuno come un “liberal”. Fa niente, non mi offenderò per questo.

Natura contro natura
Faremo quindi bene a chiederci che, se è vero che magari abbiamo una struttura psichica ben definita dalla nascita, perché desideriamo comunque mutarla? Perché desideriamo essere diversi da quel che siamo? Perché sogniamo una natura diversa dalla nostra? Perché desideriamo essere privi di quegli istinti che non a caso definiamo “negativi” come la violenza, la voglia di prevaricazione, la volontà di potenza (intesa in senso negativo)?
Una strana natura quella umana, una natura che nega se stessa, che continuamente vuole mutarsi e rinnovarsi. Una natura che da una parte si esprime in un modo ma che però desidera non essere in tal modo. Che la maggior parte dei nostri problemi derivi da questa nostra duplice natura? Una natura composta da istinti che si esprimono in maniera che non piace ad altre “parti” della nostra stessa natura. Faremo quindi bene a chiederci se la nostra non sia una duplice natura, che il sogno e l’utopia non facciano parte di questa nostra struttura e pertanto anche nell’ottica del naturalismo non vada respinta e soppressa.
La nostra natura è quindi una corda tesa tra conservazione e mutamento, tra reazione istintiva agli eventi e pianificazione per il miglioramento della situazione globale, tra l’aridezza della realtà e la dolcezza del sogno, tra una posizione di partenza e un traguardo da raggiungere.
Chi ha detto che la ragione non è un istinto? Che l’apprendimento non fa parte del nostro istinto? Che le predisposizioni innate non siano modellabili con facilità? Magari esistono predisposizioni più forti e meno forti, di diversa gradazione. Magari la razionalità è quell’istinto, quella parte di nostra natura che coordina, corregge e integra una buona parte del tutto.
E per quanto riguarda la “definizione” dei nostri istinti, del loro esprimersi in maniera definita in quanto così strutturati oppure in quanto definiti dall’ambiente circostante? Qui bisogna considerare che noi siamo una specie con una vita sociale complessa e con una grossa massa cerebrale preposta all'apprendimento. Quindi fino a che punto la nostra specie avrebbe convenienza ad avere individui con spinte innate e fino a che punto invece lasciar fare all'apprendimento.
Voglio dire: un orso solitario ha bisogno di spinte innate perché non ha una vita sociale che gli insegni i comportamenti idonei a garantire la propria sopravvivenza e riproduzione. Così anche molti tipi di insetti, come le api e le formiche, in quanto non hanno una grossa massa cerebrale e inoltre fanno sempre le stesse cose da milioni di anni.
Ma gli esseri umani, con una vita sociale dinamica e varia, con una grossa massa cerebrale, fino a che punto hanno la convenienza biologica ad avere un numero eccessivo di istinti innati e definiti in modo preciso e fino a che punto invece hanno la convenienza biologica a lasciar fare alla società? In fondo i comportamenti finalizzati alla sopravvivenza e alla riproduzione possono essere anche facilmente acquisiti e così sarebbero più "elastici" e più adattabili ai vari contesti.
Ma forse è anche necessario avere un certo bagaglio di input innati datosi che non di rado conduciamo vita solitaria e non tutto può esserci tramandato dalla società. Ma nessuno ci vieta di pensare che tali input possano essere molto mutabili. Se si benda un occhio a un gatto l’area visiva della sua corteccia cerebrale non formerà le striature in cui si incrociano le aree di competenza dei due occhi. Ma queste striature si formano però se si bendano entrambi gli occhi. Sono parte di un programma innato che si forma senza input ambientali, ma che si modifica con questi con relativa semplicità.
Noi stessi entriamo spesso in conflitto con le nostre esigenze, saltiamo i pasti, ci sottoponiamo a ferree discipline pur d raggiungere dei fini senza i quali la nostra esistenza non avrebbe senso. Si, è vero che in gran parte siamo costretti a fare tutto questo per necessità, come per esempio per motivi di lavoro, di cui magari ne faremo volentieri a meno, ma non di rado siamo costretti a reprimere alcuni aspetti della nostra natura per esaltarne altri. E l’educazione ci spinge a fare altrettanto. Pare proprio che la natura non sia un sistema lineare e coerente, ma composta da varie parti spesso in lotta tra loro. E il processo utopistico è una di questa parti come quella attinente l’ordine e gli istinti più basilari. Forse tra i più importanti e da non reprimere né da prendere sotto gamba. La stessa religione costituisce un’utopia, seppure di stampo metafisico e non sociale e immanente alla storia.
Quindi non è tanto l’utopia in sé ma come viene perseguita a essere dannosa, quando pochi oligarchi vogliono imporla ad ogni costo e quando questa smarrisce la sua funzione di guida ideale e di luce in fondo al tunnel. Bisogna si gestire il dato, ma in questo dato va ricompreso anche il cambiamento, un cambiamento che non va né frenato, né imposto e né subito passivamente, ma guidato verso il soddisfacimento massimo dei bisogni umani.
L’utopia deve quindi essere un sogno che si propone e non si impone, così come la realtà deve essere una base che non debella il sogno. Voler imporre il sogno, trasformarlo in un mito che distorce la realtà anziché colorirla, che forza lo stato di cose invece di plasmarlo, fa in modo che questo sogno venga poi spazzato via. E quando l’uomo non ha più sogni, non ha più miti che gli danno senso, perde la parte considerata comunemente più nobile e più pura di sé. Ma è soprattutto necessario che ogni utopia sia la NOSTRA utopia.
Modellare la propria natura può essere cosa giusta e buona se non fatta con imposizione ma per una scelta piuttosto libera. Bisogna però tenere conto che fare dei passi verso il mito comporta comunque il rischio di errori, e questi devono essere a loro volta un insegnamento e non uno scoraggiamento per il nostro cammino.
Partorire utopie, coltivarle, muoversi verso di esse può costituire uno dei bisogni umani più basilari. Sia a livello individuale che collettivo una certa opzione, una data strada da intraprendere dovrebbe essere scartata solo se ne è verificata la sua nocività, ma ci si dovrebbe anche muovere per realizzarla solo dopo averne attestato la non nocività, o la sua necessità o vantaggiosità e il fatto che gli svantaggi che può comportare non siano troppo radicali per l’essere umano. Un duplice controllo, quindi, a livello sia ideale che in corso di realizzazione, ma che ad ogni modo non escluderà mai del tutto la possibilità di errore per cui bisogna sempre essere preparati.
È giusto che un certo prudente rispetto verso la nostra natura non si trasformi in pigrizia verso il cambiamento, ma è anche giusto che il sogno, l’utopia, non si trasformi in un incubo.

giovedì 30 agosto 2007

Lavavetri

L'ordinanza contro i lavavetri suscita polemiche.

Il commento giuridico di Affari

Giovedí 30.08.2007 12:53

L'ordinanza della discordia: ecco cosa dice esattamente il provvedimento dell'assessore fiorentino Cioni contro i lavavetri
L’ordinanza “lavavetri” adottata dall’assessore del Comune di Firenze Graziano Cioni, è stata oggetto in questi giorni, di un ampio dibattito riferibile sia agli aspetti politici che agli aspetti giuridici del provvedimento. Leggendo nel dettaglio il contenuto dell’atto, una questione, malgrado la sua rilevanza, non sembra essere stata oggetto di attenzione.
Ci si riferisce in particolare a quanto si legge nel terzo punto della parte narrativa: “DATO ATTO che nell'esercizio delle attività suddette ed in particolare in quella di "lavavetri" si sono verificati molteplici episodi di molestie soprattutto agli incroci semaforizzati e che ciò configura pericolo di conflitto sociale per i numerosi alterchi verificatisi, in particolare nei confronti delle donne sole.”

Nel ringraziare l’assessore Cioni per la particolare attenzione riservata al “gentil sesso”, non si può non rilevare quanto sia anacronistica una visione così “cavalleresca” delle donne, rese peraltro oggetto di protezione nei confronti di pericolosi strati sociali che imbrattano il decoro della città, e turbano la quiete di signore magari appena uscite dal parrucchiere e già nervose per l’esito della piega.

Al di là della ironia, sorge il dubbio che la ordinanza sia ancorato ad una lettura del pianeta donna molto arretrata rispetto a quello che tale pianeta oramai esprime. Non solo le donne, al di la di provvedimenti generali adottati sulla basa della loro presunta debolezza, sanno oramai attivare da sé eventuali interventi di protezione della loro incolumità, ma è inoltre ipotizzabile che, molte di loro vorrebbero affrontare il problema nella sua complessità, non accontentandosi di soluzioni di mero ordine pubblico, che spesso purtroppo lasciano il tempo che trovano.

mercoledì 22 agosto 2007

Uomini e donne

"Al giorno d’oggi, sempre più uomini e donne vogliono vivere come meglio credono e, per quel che riguarda la loro vita amorosa e la loro vita sessuale, non accettano alcuna regola. Immaginano che i precetti che sono stati dati dai saggi e dagli Iniziati, abbiano lo scopo di impedire di vivere. Non comprendono che la padronanza e il controllo degli istinti, consigliati dai saggi, hanno il solo scopo di spingerli a cercare manifestazioni d’amore migliori, e ad esprimerle in forme più belle, più ricche.
Fintanto che non vorranno istruirsi e fare degli sforzi, le loro esperienze d’amore saranno solo occasioni per sprecare le energie più sottili, e addirittura per perdere il gusto di vivere. Gli esseri umani vogliono vivere, ma impediscono a se stessi di farlo. Continuano a celebrare e a cantare l’amore, quell’amore che è, così dicono, la cosa più importante al mondo, ma si organizzano per rovinarsi la vita attraverso il loro amore. Quando comprenderanno che amare è proteggere, arricchire ed abbellire la vita in se stessi e negli altri?"

Non si può essere felici legandosi esclusivamente a un uomo o a una donna. No, un uomo ha bisogno di amare tutte le donne, e una donna di amare tutti gli uomini.... Ma, capitemi bene, non sto giustificando il libertinaggio e il tradimento. Bisogna essere fedeli, ma si deve anche sapere che un solo uomo, o una sola donna, non potrà mai darvi tutto ciò a cui aspirano la vostra anima e il vostro spirito; d'altronde nemmeno voi potete dare tutto a un uomo o a una donna. Per questo un uomo e una donna che si amano debbono vivere insieme, lavorare insieme, restare fedeli l'uno all'altra, ma lasciare l'altro libero di amare il mondo intero. Che si amino pure, che rimangano insieme, che non si separino, ma che allarghino il loro concetto di amore, perché solo a questa condizione potrà durare."
Troppo spesso gli uomini e le donne si lanciano in un’avventura sentimentale senza veramente chiedersi dove questa li condurrà.
Dovete capire che una relazione amorosa ha senso solo se con il vostro compagno potete costruire qualcosa di solido e duraturo. Cercate di vedere se esiste in voi un’armonia sui tre piani: fisico, affettivo, mentale, oppure se cedete soltanto a un capriccio passeggero, all’attrazione del piacere. Se non avete affinità nel campo delle emozioni, dei gusti e delle idee, non ditevi che questo non ha alcuna importanza e che le cose si sistemeranno con l’andare del tempo. Niente affatto. Al contrario, dopo un po’, una volta che si sarà esaurita la novità di certi piaceri, ci si accorgerà proprio che le affinità psichiche e intellettuali sono estremamente importanti. Se quelle affinità non esistono, si installa la discordia e, laddove si credeva di trovare la gioia e l’espansione, si trovano solo disillusioni e tormento."

Considerazioni di De Berardinis
Sperare in una relazione iniziata senza riflessione è come sperare in un terno a lotto...riesce molto raramente...
Il così detto colpo di fulmine non è un richiamo dell'anima gemella, ma un attrazione a livello istintivo...
L'unione va realizzata su più piani: corpo (fisico) - anima (sentimento affettivo - passione) - mente (mente concreta cioè interessi - ideali comuni )
L'Unione (non il matrimonio che è altro) realizzata da un piano più alto deve andare verso il basso, l'inverso è difficile da realizzare ed è sotto gli occhi di tutti... persone che sembravano fatte l'una per l'altra dopo un po' di tempo si lasciano...perchè non si conoscono e d è in questa fase che i rapporti sessuali andrebbero evitati..perchè creano un legame che rende incapaci di vivere appieno i successivi rapporti...
Dall'amicizia puo' nascere amore...
Chi separa l'amicizia dall'amore è destinato a fallire...salvo fortuna al lotto...
L'intera generazioni di illuse e illusi della mia generazione (30 - 35) , vittime del bombardamento mediatico, pensa che ci si possa divertire fino a una certa età e poi magari accasarsi con persone responsabili...(separando amore e amicizia e specialmente le donne, che non comprendono che se l'unione non avviene anche nel mentale (interessi comuni ma più ideali comuni, la relazione non puo' funzionare. Non ci si può accontentare della sola relazione sentimentale, in quanto incompleta e insufficiente a protrarsi nel tempo e quindi con dolore successivo...)
L'illusione sta nel fatto che questo pensiero (separare amicizia e amore) automaticamente allontana tutte le buone relazioni...

Marco De Berardinis
http://www.antropocrazia.com/percorsi_antropocratici/news-Marco/topread.php
E-learning http://www.antropocrazia.com/MarcoMarcuse/MarcoMarcuse.htm

martedì 21 agosto 2007

Le vie delle critiche femminili sono contorte

Un paio di articoli riguardanti le eterne e contraddittorie critiche che le donne fanno al mondo maschile che cotto, crudo o infarinato non va mai bbbbbbbuono!

Primo articolo:
http://www.fottilitalia.com/NewsX.php?id=50

Son sempre gli uomini che non vanno bene, le donne invece son perfette a prescindere. Una manina per la coscienza manco a parlarne, loro son sempre "vere" donne, gli uomini invece o sono "machi" o sono "froci"!

Ok, secondo articolo che ho scovato io sul sito dei selvatici di un certo Fabio Conti:
http://www.maschiselvatici.it/messaggi/2003/luglio2003.htm

Faccio notare che in circolazione ci sono delle autentiche tipologie di donne che lasciano alquanto a desiderare, che te lo fanno ammosciare appena aprono bocca, delle decerebrate che di femminile non hanno niente, delle deficienti che se ci provi sei una rottura di coglioni, se non ci provi sei frocio.
Quello che voglio dire è che le maggiori responsabili degli attuali casini non sono maschili ma femminili.Il bello, poi, è che le stesse prima vanno in giro a raccontare che i ruoli si sarebbero "invertiti" (vaginate alle quali credono gli stessi uomini...), poi rompono perché non esistono più i corteggiatori di una volta.
Ah la coerenza femminile, questa sconosciuta!

sabato 18 agosto 2007

Fiasco o rivelazione?

Una realtà dei fatti che oggi scotta ammettere e riconoscere è quella della deriva sessista e distorta che ha preso un movimento che già era nato non del tutto imparziale e bene intenzionato, ossia il femminismo.
Dalle rivendicazioni di pari diritti e uguaglianza dinnanzi alla legge, rivendicazioni per fortuna pienamente ottenute, si è passati via via a provvedimenti faziosi e artificiosi per costringere e forzare il popolo, le aziende, le istituzioni e quant’altro a rispettare dei canoni di parità numerica tra uomini e donne in vari ambienti di lavoro e di rappresentanza sociale. Canoni che, lungi dall’essere rispettati, in molti campi sono stati sempre più disattesi nella realtà e infatti la realtà ha visto da un lato la uniformazione “intergender” di molti posti di lavoro, ma in una gran parte di settori vi è stata una sempre maggiore specializzazione tra i due sessi. Così ci troviamo settori come l’istruzione, l’editoria e la magistratura a prevalenza femminile, mentre il management aziendale, la politica, ma anche lavori alquanto “scomodi” come minatori, edilizia, pubblica sicurezza e forze armate (intendo a combattere in prima linea e non a fare call center…), a prevalenza maschile. Ma i sogni di emancipazione totale femminile sono stati per molti versi disattesi. Da una parte è vero che le donne hanno l’occasione di farsi una vita senza dipendere dagli uomini, ma è anche vero che per molti versi questa dipendenza, più che diminuire, è aumentata. È aumentata la libertà di scegliere e il ventaglio di scelte a disposizione delle donne ma una vera indipendenza, con relativi oneri oltre che vantaggi, non esiste. E per molti versi a sostituire il marito o altri uomini di famiglia, ci pensa lo stato. Lo stato ha preso il posto in molte situazioni degli uomini della famiglia nel garantire benessere ai cittadini in generale, ma alle donne in particolare. Malgrado la crisi dello stato sociale per i cittadini e per i lavoratori, aumenta il numero dei consultori e dei servizi offerti alle donne. Ma se le donne fossero davvero tanto intraprendenti e indipendenti non avrebbero certo bisogno di servizi e accortezze ad hoc per loro che garantiscano la loro indipendenza.

Femminismo e femminilismo
Innanzitutto c’è bisogno di fare un distinguo tra due aspetti del fenomeno, il “femminismo” e il “femminilismo”. Il primo consiste nell’esaltazione della donna in sé per sé per il semplice fatto che è un individuo di sesso femminile, questo a prescindere dal suo modo di essere donne, il secondo invece consiste nell’esaltazione delle caratteristiche definite femminili. In quest’ultimo caso non ha importanza chi è possiede queste caratteristiche ma le caratteristiche in sé. Potrebbe essere anche un uomo a possederle non ha importanza, purché le possegga.
Il movimento che viene definito “femminismo” contiene entrambi questi aspetti miscelati in maniera diversa a seconda di correnti, contesti e periodi vari. Ma a mio parere l’aspetto che ha preso il sopravvento è stato il primo, quello del “femminismo” ossia l’esaltazione della donna in quanto donna, e questo lo dico per le seguenti ragioni:
1. già il nome la dice lunga. Se vi fosse stata l’intenzione di esaltare vere o presunte doti femminili probabilmente si sarebbe parlato più di movimento femminili sta che non femminista. Ma questo è l’aspetto meno importante della questio.
2. L’aspetto più importante sta nel fatto che il femminismo riconosce alle donne la piena libertà di esprimersi come meglio credono anche se esulano da modella veri o presunti di femminilità.
3. E infatti sotto molti aspetti il femminismo ha attaccato proprio le caratteristiche femminili forse più fondamentali non di rado imponendo modelli di donna mascolinizzata.
E forse per porre una toppa a questo fatto che negli ultimi anni si esalta una forma distorta e superficiale di “femminilità”, vista più come operazione di cosmesi che non altro. Oggi la femminilità consiste nel rossetto e nella corsetteria. Quando il contenuto viene a mancare allora si tenta di colorire la confezione. Una mera operazione estetica, di moda, di abbigliamento per illudere la gente che femminilità esiste ancora?
È probabile che la mascolinizzazione della donna abbia comportato in esse una certa crisi di identità che le abbia quindi spinte e ricorrere a questo mascheramento per camuffarsi ancora da “donne”. Preciso che ciò che dico non vuol dare alcun giudizio di valore e di merito riguardo la morte della femminilità. È probabile che questa abbia fatto il suo e non tornerà più, un fatto di evoluzione sociale magari, ma non starò certo a rimpiangerla. Ciò che ci tengo a precisare è che se davvero le donne ci tenessero come ultimamente affermano alla loro “identità femminile” allora questa è cosa davvero molto patetica e fragile visto che necessita di una simile operazione di mascheratura per potersi illudere di esistere ancora.
Ma anche riguardo quest’opera di mascheramento ce ne sarebbe da dire, basti guardare alla moda: innumerevoli capi di abbigliamento oggi femminili non sono altro che riproposizioni di vecchi capi di abbigliamento maschili. Il che la dice lunga sull’originalità delle doti “femminili”. La nuova “femminilità”, oltre a un estetismo portato all’estremo fino al limite (e forse anche oltre) del grottesco, è forse un prodotto contraffatto? Una mera imitazione e adattamento di vecchie mascolinità? Potrebbe anche darsi…

Come e perché è nato il femminismo – le principali interpretazioni
L’era industriale e postindustriale ha portato con la sua tecnica un mutamento alquanto profondo nella società umana e nei rapporti tra gli esseri umani in generale e tra i due sessi in particolare. Questo mutamento nei rapporti ha avuto il suo sbocco principale in quel movimento di genere che ha preso il nome di “femminismo”. Ma come mai un mutamento nei rapporti tra entrambi i generi ha preso come punto di riferimento solo un genere e cioè quello femminile? Un tale mutamento non avrebbe dovuto far nasce un movimento che coinvolgesse entrambi i sessi e facendo proprie le narrazioni di entrambi i sessi?
In realtà il femminismo coinvolge entrambi i generi ma solo che ha inquadrato i rapporti che tra essi intercorrono in un’ottica prevalentemente femminile, o sedicente femminile. Esistono ora diverse spiegazioni sul fatto che il mutamento dei rapporti tra generi abbia preso la strada quasi univoca del femminismo e non di entrambi i sessi e quindi di un “generismo” o un “maschilfemminismo”.
La prima spiegazione è la più classica e più diffusa, e cioè che il femminismo avrebbe assunto il ruolo di una sorta di “ribellione” di un sesso oppresso dall’altro. Questa interpretazione vede la società come struttura di potere retta dal genere maschile e magari anche ritagliata per gli interessi maschili, mentre quello femminile sarebbe il sesso “oppresso”, eternamente vittima. Il bene contro il male che non è solo la parola “maschio” in inglese ma anche il male in terra in italiano.
Non è che sia mio grande interesse contestare questa visione della storia, anche perché a dire il vero l’idea di appartenere al sesso “dominante” mi provoca tutt’altro che disgusto, anzi… Del resto un “dominio” come quello maschile che sarebbe durato per tanti millenni la direbbe lunga sulle capacità maschili di conservare e gestire il potere. Non solo, ma un dominio che si sarebbe protratto per tutto questo tempo e che sarebbe poi o “caduto” o almeno “affievolito” (o semplicemente mutato?) fa sorgere alcune domande. Per esempio perché le donne si sarebbero “ribellate” solo negli ultimi decenni? La risposta più ovvia è che la tecnologia che si è andata sviluppando negli ultimi decenni ha consentito (o costretto?) di produrre sempre più risorse senza l’ausilio della forza fisica. E quindi questo ha consentito a sempre più donne di partecipare al ciclo produttivo in posti più vicini ad esso e quindi meno distanti come erano le pareti domestiche. Ecco che quindi per amor di verità dovremo fare alcune osservazioni su questo atipico dominio maschile. Per esempio dobbiamo osservare che i lavori più rischiosi e faticosi sono sempre stati appannaggio maschile. Il che contraddice il tipico rapporto tra dominatori e dominati. Più controversa la questione delle armi, e cioè del fatto che a combattere sui campi di battaglia e quindi a morire o rischiare di morire o di restare mutilati, erano sempre gli uomini e non le donne. Quindi si potrebbe notare che negli antichi imperi erano i cittadini liberi e non gli schiavi ad andare in guerra. La guerra era appannaggio dei dominatori quindi e non dei dominati. Ma molte particolari forme di rispetto e protezione che in passato erano e tuttora sono riservati alle donne, spesso si discostano dall’ottica dei dominatori-dominati.
E quindi per amor di verità e non per una qualche “giustificazione”, che il genere maschile non ha alcun obbligo di fornire, che dovremo prendere in seria considerazione altre interpretazioni del passato rapporto tra i due sessi che oggi stanno prendendo piede, malgrado la grancassa mediatica ci propini a più non posso lo stesso ritornello. Interpretazioni che se non intendono negare quella del “dominio maschile” intendono perlomeno introdurre ulteriori variabili fin troppo trascurate. Una di queste è l’accondiscendenza maschile verso le donne che ha comportato il silenzio degli uomini favorendo la femminilizzazione del cambiamento dei rapporti tra i generi (http://www.tesionline.it/default/tesi.asp?idt=11091). Questa ottica introduce un elemento innegabile nell’ambito dei rapporti tra i sessi, e cioè il normale istinto di protezione che gli uomini hanno verso le donne come gli adulti verso i bambini. La deriva femminile, e quindi sessista e non umanitaria e globale, che quindi avrebbe preso il mutamento dei rapporti tra le due metà del cielo sarebbe dovuta all’istinto di protezione maschile verso il genere femminile, istinto di protezione che può manifestarsi anche attraverso l’accondiscendenza. Come un adulto spesso si sente spinto ad accontentare i bambini, così gli uomini si sono sentiti e si sentono spinti ad accontentare le donne.
Del resto parrebbe che un mero calcolo egoistico abbia spinto le donne ad avanzare le proprie rivendicazioni proprio quando la tecnica consente a sempre più persone di partecipare alla produzione e quindi di poter avere un reddito autonomo, senza arare la terra e svolgere mansioni pesanti. Quindi un mero calcolo egoistico pare che abbia spinto le donne a intraprendere questa strada, mentre il “dominio” maschile parrebbe essere tutt’altro che un dominio (se davvero può chiamarsi tale) egoistico. Neanche la cosiddetta “dipendenza” sessuale che gli uomini avrebbero verso le donne dovuta a un maggior appetito sessuale maschile spiega la deriva femminista. Si, perché se lo volessero gli uomini, anzi una esigua minoranza di essi, potrebbe piuttosto facilmente schiavizzare tutte le donne del pianeta e quindi poter soddisfare i propri appetiti sessuali. Ma se questo non avviene, se anzi alle donne si concedono sempre più privilegi, è perché questa volontà maschile evidentemente non c’è. Certo c’è anche da considerare la competizione tra maschi che aggrava la situazione, ma questa può facilmente essere gestita perché da sempre gli uomini hanno mostrato di saper fare alleanze e accordi vari. Quindi anche se la competizione tra uomini rafforza la posizione delle donne, è anche vero che se non fosse per la volontà di proteggere e vedere felici le donne, queste comunque non se la passerebbero per niente bene.
Pertanto alla fine risulterebbe che il rapporto tra maschi e femmine sia un po’ come quello tra adulti e bambini. Quando i secondi fanno i capricci i primi fanno di tutto per accontentarli, però poi passano sempre per egoisti, prepotenti e prevaricatori.

Qual è stata la vera funzione del femminismo?
Durante la rivoluzione industriale le classi sociali progressiste, borghesia in primis, erano impegnate in una battaglia all’ultimo sangue contro i vincoli feudali imposti da una classe, quella dei feudatari, che era paladina di un ordine sociale ormai in pieno disfacimento. Premeva più di ogni altra cosa eliminare tutte quelle restrizioni che facevano in modo che una marea di uomini e donne fossero impediti di spostarsi “liberamente” e quindi lasciare le terre feudale e alla merce di circolare con rapidità e senza impedimenti di ogni sorta.
Lo stato nazionale è stato il suggello della rivoluzione borghese, la nascita di un mercato più o meno omogeneo e vasto in cui merci, persone e capitali potessero spostarsi in base ai bisogni capitalistici. Ma per completare l’opera di capitalizzazione della società tutto doveva divenire arbitrio del libero mercato e sottoposto alle sue leggi. Tutto doveva essere smembrato e costituire atomi “liberi”, elementi sparsi soggetti a compravendita.
Una delle istituzioni che in buona parte resisteva agli attacchi del capitalismo avanzante era la famiglia. È vero che già negli anni ’60 del XX secolo in buona parte la famiglia nucleare capitalistica aveva sostituito l’antica famiglia agricola, ma è anche vero che fino ad allora la gran parte della popolazione di molti paesi era ancora agricola e si apprestava a divenire urbana.
Ecco l’esigenza di sgretolare l’ultimo baluardo feudale, la famiglia. Ora io non voglio dire che il crollo dell’istituzione familiare, che ancora oggi perdura, sia un fatto di per sé né negativo né positivo, ma solo che sia un fatto evolutivo, ossia conseguente l’evoluzione della società. Ma quando crolla una certa istituzione, soprattutto importante come lo è la famiglia, necessiterebbero istituzioni nuove che la sostituiscano e si sobbarchino i compiti. Questo oggi non c’è ancora. Tutti i tentativi di sostituire la famiglia, come le comunità del libero amore e roba varia, sono falliti, forse perché contrastati da una società ancora non pronta e ostile, forse perché non conformi al modo di essere delle persone, ma sono falliti. Così la famiglia diviene solo un centro di mantenimento finanziario e forse la sua permanenza parziale è più dannosa che del suo crollo definitivo.
Ma ciò che si è verificato nei decenni scorsi è stato lo svincolamento degli individui, che erano preposti all’autorità familiare, da questa forma di autorità. I figli da una parte, ma in particolare le donne. Se le donne una volta erano sottoposte alla tutela familiare, formale o informale che fosse, con la cosiddetta “rivoluzione culturale e sessuale” non lo sono più state. Il capitalismo è entrato fin nelle midolla di questo sistema sgretolandolo e rendendo la donna “libera”. Ma libera di cosa? Libera di vendersi. Non più la famiglia, ma lei decide a chi e come vendersi. La donna è divenuta merce libera. Ma una merce non è libera per il consumatore, ma per il detentore. Una merce libera non è quella merce disponibile a tutti ma una merce il cui proprietario è libero di stabilire le regole di vendita, le condizioni contrattuali. Essendo la donna proprietaria della propria “merce” è diventata libera di stabilire le condizioni della propria vendita. Si perché nel capitalismo non è l’Uomo a essere padrone della merce, ma la merce a essere padrona dell’Uomo.
Il consumatore può appropriarsi fisicamente della merce dietro pagamento del relativo pedaggio, ma la merce si appropria dell’anima del consumatore gratuitamente e ne detta le regole e i moti interiori. Inoltre la donna è una merce “trainante” perché è una merce che consuma e richiede molta “manutenzione”. Così una cospicua fetta di redditi maschili finisce nelle casse di aziende di beni di consumo per donne alimentando il giro d’affari consumistico odierno.
L’operaio è appendice della macchina come il consumatore è appendice della produzione. Ecco la donna che si mette in mostra, che stimola il consumo. Ecco il sesso effeminato sbandierato ai quattro venti. Ecco la deriva sessista del femminismo.
Altra caratteristica della forma merce consiste nella concentrazione in poche mani. Si viene così a verificare che uomini che hanno maggiori “attrattive” si ritrovano ad avere relazioni con un cospicuo numero di donne mentre molti uomini si ritrovano esclusi dal mondo femminile. Alcuni riconducono questo fenomeno alla cosiddetto “maschio alfa” ossia il capobranco che si appropria non solo delle risorse del territorio ma anche delle femmine del branco. Ci sarebbe però da notare che, almeno nei mammiferi, il maschio alfa non viene scelto dalle femmine, ma è una condizione che si determina con le lotte tra maschi. Il vincitore diventa il maschio alfa e si impossessa di tutto o quasi tutto, ma non sono le femmine ad essere “attratte” da lui, come invece avviene nella nostra specie. Nella nostra specie si verifica quasi il fenomeno del “lek” che avviene in molte specie di uccelli, come per esempio per il pavone. Nella stagione degli amori i pavoni maschi occupano degli spazi di terreno, i leck, e aprono le code. Le femmine accorrono dal maschio che per vari motivi attira più femmine. Non solo per le sue caratteristiche, ma anche se per eventi fortuiti alcune femmine iniziano ad accorrere presso un certo maschio le altre non guardano il maschio in questione ma le altre femmine. Se sostituiamo la coda del pavone con un bel macchinone del fighetto di turno (magari un vero cesso, ma sempre col macchinone però...) possiamo renderci conto di quanto una certa porzione di Umanità sia molto più vicina al regno animale di quanto si credi. E in effetti le donne, più che dal potere d’acquisto economico, sembrerebbero essere attratte dallo status dell’uomo, dal suo essere celebre e famoso. Ma il tutto potrebbe anche farsi ricondurre al fenomeno generico della moda e all’innato istinto imitativo degli esseri umani più che a una vera e propria pulsione “sessuale”. Ma il che non esclude certo anche il mero calcolo economico, ossia l’avere un uomo che possa garantire una buona vita per sé e per i figli.
Così il paradigma della donna-merce costituisce forse il fine di quel processo di cui il femminismo che abbiamo conosciuto è stato forse più una pedina che non una guida. Però non bisogna credere che la donna per questo sia davvero libera, perché così come la merce inanimata, anche la donna è sottoposta alle dure e ferree leggi del mercato e a queste ella deve sottomettersi per gestirsi al meglio. Quindi la donna-merce non ha sottomesso l’uomo a sé ma si è sottomessa al mercato, in questo caso del sesso e delle relazioni sentimentali, come l’uomo è stato sottomesso da queste dure leggi di mercato.
Ma perché si è verificato tutto questo? Perché le donne non sono diventate persone pari e uguali agli uomini?

Storia o natura contro la parità effettiva
Come per molti aspetti della conoscenza dei fenomeni umani e sociali, anche in questo campo esistono diverse interpretazioni che possono farsi ricondurre in due principali tronconi. C’è una prima versione che asserisce che per motivi storici le donne hanno un reddito globale minore di quello degli uomini e questo le renderebbe economicamente ricattabili. Altro punto di vista invece afferma che i due sessi hanno impulsi sessuali diversi e questo renderebbe gli uomini sessualmente più ricattabili. Entrambe le argomentazioni non mancano di avere fatti e fenomeni a loro disposizione per appoggiare le proprie tesi e smentire quelle dell’altra “corrente”.
Anche qui mi vien da pensare a quella che Plechanov (http://www.criticamente.com/cultura_arte/Plechanov_Georgij_Valentinovic_-_Scritti_di_estetica.htm) direbbe che si tratta di una “semplice” interazione, e come afferma nel suo libro “La concezione materialistica della storia” (http://www.comprovendolibri.it/ordina.asp?id=1706449) chi si ferma a osservare l’interazione senza andare a scavare ciò che ne sta a monte e che la “innesca”, che la fa causa, è affetto da miopia intellettiva.
Io sono miope e non vado oltre.

Il paradigma del sesso-successo e la “sacralità” del corpo femminile
Ci sarebbero da notare alcune cose riguardo il “reciproco” ricatto sesso-denaro che intercorre tra uomini e donne.
Riguardo l’aspetto quantitativo dei bisogni sessuali dei due sessi non mi sento di avanzare nulla con sicurezza. È molto probabile che il fatto che il sesso maschile abbia per sua natura dei bisogni sessuali parecchio superiori di quello femminile sia vero, ma non lo affermerò né lo negherò.
Ciò che mi viene invece da notare è l’aspetto “qualitativo” di questi bisogni, ossia il modo con cui si manifestano e con cui spingono alla loro soddisfazione, senza asserire che ciò sia dovuto né a fattori culturali né a spinte di origine naturale.
Se ben notiamo tutta la strutturazione sessuale maschile e femminile odierna è improntata in maniera tale da rendere il maschio umano dipendente dal corpo femminile. Quello che voglio dire è che i bisogni sessuali di per sé possono anche essere esorbitanti ma sono facilmente soddisfabili in maniera autonoma. L’autoerotismo è qualcosa che tecnicamente funziona molto bene. Eppure da una parte sembra che gli uomini siano più attratti dal corpo femminile che non dal sesso in sé e in particolare dalle caratteristiche fisiche secondarie femminili (seppure la loro sessualità viene tacciata per “grezza”, “genitale”, “animalesca” e “primitiva”) e dall’altra si infonde la figura che l’uomo che non fa sesso con una donna, a meno che non sia gay, è un fallito. Il termine “segaiolo” indica praticamente l’uomo sessualmente “fallito”. Fa niente se magari un uomo gode molto di più da solo che non con una donna incapace, il fatto che non “riesce” a stare con una donna lo rende “fallito”. Questo mentre l’autoerotismo femminile è segno di grandissima sensualità, così come i rapporti omosessuali femminili. Una donna che “confessa” di fare autoerotismo “merita” encomi da parte del pubblico maschile, come se il fatto che le donne si fanno i ditalini cambiasse qualcosa nella vita degli uomini. Per non parlare poi delle donne che hanno rapporti erotici con altre donne. Così per molti l’autoerotismo, invece di essere un incontro con se stessi e col proprio corpo non diventa altro che una rappresentazione (adorazione?) virtuale dell’immagine femminile. Del resto l’attacco che il femminismo fa alla pornografia, ma anche all’utilizzo dell’immagine femminile a scopi commerciali e mediatici, è solo ipocrita e superficiale. In realtà il femminismo cavalca l’onde di questa dipendenza per i propri scopi reali.
Anche il disprezzo che si ostenta verso l’omosessualità maschile va in questa parte. È vero che gli omosessuali oggi pare siano abbastanza rispettati se non addirittura “venerati” tanto che oggi pare che l’omosessualità faccia “vogue”, ma è anche vero che la società nutre un profondo disprezzo verso la sessualità degli omosessuali maschi, mentre divinizza quella delle omosessuali femmine. Come dire: il sesso non è sesso decente se non c’è almeno una presenza femminile. La sessualità deve in qualche modo girare intorno all’immagine femminile, solo questa merita di essere assurta al rango di “erotismo”. Il sesso senza donne è considerato come qualcosa di estremamente reietto. Anche la stessa pornografia, utilizzata da molti uomini a fini autoerotici, pare volta a una dipendenza dell’uomo verso l’immagine femminile: se non c’è una donna materialmente deve esserci almeno virtualmente. A tutto questo da aggiungersi la persistente passività femminile, in quanto, contrariamente da quanto si afferma, le donne non sono per niente diventate più intraprendenti verso l'altro sesso. Anzi forse se la tirano ancor di più di un tempo.
Ma questo non è un fenomeno dovuto al femminismo, ma risalente a epoche molto precedenti e forse di origine naturale. Solo che il femminismo lo usa per i propri scopi, come la società odierna usa a sua volta il femminismo per i propri. Sono quindi degli stereotipi, o se vogliamo degli archetipi, che risalgono a quella che viene definita dai più come “era patriarcale”. Gli stessi cultori della fine dell’era “patriarcale” non si accorgono di quanto usino tali stereo-archetipi quando definiscono come “fallito”, “frustrato”, eccetera chi osa criticare il “sacro” sesso femminile. La morale consisterebbe nel fatto che solo chi non fa sesso con le donne sarebbe tanto “frustrato” da criticare le donne, le quali invece, essendo il non plus ultra della perfezione in terra, non meriterebbero alcuna critica. Quindi un uomo sessualmente “soddisfatto”, e per essere soddisfatto a un uomo basterebbe che faccia sesso non importa come e con chi, non avrebbe altri motivi per criticare le donne. La presunzione, l’incoerenza e la grettezza di un tal modo di ragionare è evidente. Ma del resto i cultori del femminismo sono i primi che hanno l’interesse a rendere gli uomini dipendenti il più possibile dal genere femminile, oltre che di utilizzare “armi” vecchie e nuove per attaccare chi si oppone ai loro crismi.
Lo stesso disprezzo merita chi non sbava dietro il corpo femminile. Fare commenti adulatori alle donne, specie se nude o seminude, è un dogma che non è pensabile trasgredire. Più che dal sesso il maschio umano sembra “dipendere” dal corpo femminile che costituisce la meta ultima della sua vita. Il migliore indice di realizzazione dell’uomo è costituito dall’avere almeno una donna con cui fare sesso.
Sulla stessa linea d’onda sta il passaggio dall’immagine maschile a quella femminile nell’ideale collettivo, con la conseguente svalutazione dell’immagine maschile. Dalla figura umana dotata di virilità, vigore e possenza dell’uomo classico si è passati al prototipo della modella siliconata a tirata a lucido dei calendari e della pubblicità odierna. La figura della donna è diventata il liet motiv della propaganda mediatica e commerciale di oggi, esaltata, acclamata ed enfatizzata pur nella sua artificiosa ridicolaggine. Questo mentre le poche immagini maschili, in tutte le varie salse, vengono puntualmente criticate e ridicolizzate. L’uomo è “ridicolo” se bello o brutto in quanto uomo, la donna è “grandiosa” bella o brutta (definire “belle” molte “figone” di oggi è una vera offesa alla bellezza!) in quanto donna e ormai adesso in quanto nuda o seminuda.

Gli uomini contro gli uomini, il femminismo è maschio?
La scienza odierna sostiene che la riproduzione sessuata permette una varietà genetica che consente a una specie di affrontare vari cambiamenti e varie situazioni. A fronte di questi vantaggi vi sarebbe il cosiddetto “costo del maschio” consistente nel fatto che vi sia una parte della popolazione, quella maschile, che non si “riproduce”, nel senso che non partorisce direttamente la prole. Il sesso maschile è un sesso “derivato” in quanto il sesso base è quello femminile che potrebbe riprodursi anche per partenogenesi.
In realtà i vantaggi che fanno fronte a questo costo sono innumerevoli e vanno ben oltre la semplice varietà genetica. Basti pensare alla suddivisione sociale dei ruoli che è esistita ed esiste tuttora nella nostra specie, che fa in modo che i due sessi si specializzino, a seconda del proprio ruolo biologico, in diverse mansioni sociali in modo da rendere il massimo per il beneficio della comunità. Oggi in una società tecnologica questa suddivisione può apparirci superflua, ma in passato ha avuto di certo una necessità di non poco rilievo.
Uno dei ruoli in cui i maschi umani si sono specializzati in passato è stato il campo del pensiero. La filosofia, la religione, la scienza sono state per lo più prerogative maschili, in cui gli uomini hanno pensato e agito per sé ma forse soprattutto per le loro donne e i loro figli. E lo stesso vale per la politica e le dottrine che l’hanno alimentata e sostenuta.
Tutto questo lo dico per lanciare una provocazione, cioè che il femminismo non sarebbe un grande strappo alla regola, che non costituisce un vero e proprio pensiero femminile, ma anzi che sia anch’esso un pensiero maschile. Sono gli uomini che si dividono, come sempre, in diverse fazioni sostenenti una determinata tesi. Ci sono uomini profemminist che si ergono a paladini del femminismo e, a torto o a ragione, delle donne in generale, e gli antifemministi che invece contrastano i primi. Una guerra tra uomini tanto per cambiare, in cui i piagnistei e le “proteste” delle femministe non sono altro che lo sfondo, il pretesto su cui si fonda questa ennesima lotta intramaschile.
E infatti sono gli uomini i più accaniti sostenitori del femminismo. Sono gli uomini che attaccano con più furore le correnti antifemministe. Le femministe spesso si limitano a lanciare qualche commento “ironico” (o impertinente?), o al massimo a fare qualche “scaricata” per poi ritirarsi e “ignorare” o fingere di ignorare chi critica il femminismo. Ma le argomentazioni più vaste e più valide, vere o false che siano, e anche più accalorate le forniscono in genere i soggetti di sesso maschile.
Del resto i cortei delle femministe a nulla sarebbero serviti se non vi fossero stati uomini pronti a concedere alle donne legittimi o illegittimi diritti.
Ma perché gli uomini sostengono il femminismo? Cosa li spinge a questo?

Una società che informa ma non forma
La libertà di informazione è uno dei capisaldi della società moderna. Essere liberi di diffondere e di reperire notizie è un elemento importante del nostro vivere quotidiano. Ma oggi notiamo però che siamo sommersi di informazioni nozionistiche, frammentarie, contradditore, incoerenti e di cui è difficilissimo discernere quelle piuttosto vere da quelle piuttosto false.
In questo marasma nozionistico abbiamo perso un elemento importante per il nostro essere, che è la formazione. Oggi la nostra personalità non ha più tempra di carattere, non ha più struttura di principi, non ha più forma. Ciò che dico non ha valore di critica, le finalità che mi propongo sono prevalentemente descrittive e non prescrittive.
Una caratteristica fondamentale della nostra specie consiste nella dimensione cerebrale e nella durata dell’infanzia. Quest’ultima serve per prolungare il periodo di apprendimento e fare in modo che il cervello non solo accumuli informazione, ma si formi in maniera atta a fornire gli strumenti intellettivi idonei ad affrontare i problemi delle vita. Una volta i problemi della vita erano attinenti la stessa vita, la sopravvivenza. Un tempo remoto, e oggi presso i popoli più primitivi, sono previsti rituali iniziatici per gli adolescenti che si apprestano a entrare nella vita adulta.
Oggi questi rituali non ci sono più il passaggio alla vita adulta è diventato in parte più problematico e in parte più indefinito. Anzi pare che vi sia uno spostamento in avanti di questo passaggio, un culto del giovanilismo, della spensieratezza, del non assumersi responsabilità. Questo mentre assumersi responsabilità diventa cosa sempre più dura, sempre più onerosa, sempre più problematica.
Quando in gioco c’era la sopravvivenza, quando la vita era fatta di miseria e di stenti, quando bisognava affrontare povertà, fatica, guerre e pestilenze, la società aveva bisogno di individui dotati di una tempra fisica, psichica, morale. Era una necessità fisiologica della società tradizionale. Nel momento in cui la tecnica ha favorito un enorme aumento di produttività, tanto che i mali della società odierna non stanno nella miseria ma nell’abbondanza, questa tempra non è più necessaria. Anzi ai fini consumistici c’è bisogno di persone viziate il più possibile, che non si accontentano, insofferenti. Il consumo di un bene nasce da una mancanza da un bisogno, se una persona è temprata nel suo carattere i suoi bisogni si esauriscono nel necessario per vivere e formarsi. La forza di carattere e il valore personale sfavoriscono il consumo. Quindi oggi c’è bisogno di tirare su individui deboli e viziati, dei consumatori modello che mai si accontentano e di tutto necessitano. Si viene a formare una società nozionistica che imbottisce di informazioni fini a se stesse ma che non si riconducono a un disegno generale, una società che non tempra il corpo e lo spirito, una società che informa (male) ma non forma.

Attacco la ruolo paterno o conservazione del ruolo materno?
Nel contempo oggi sempre più genitori viziano i figli e li tirano su accontentando ogni loro capriccio, non sanno più dire di no alle loro pretese. Oggi i bambini vanno accontentati a tutti costi. C’è una relativa abbondanza e quindi perché non soddisfare i desideri infantili? Inoltre soddisfare i desideri è alla base di una buona economia consumistica, tira la produzione e quindi gli affari vanno avanti. Un giro virtuoso-vizioso pertanto.
Si nota, come ho già detto, oggi come l’istituzione della famiglia sia sempre più in crisi e questo fa pensare a molti che questo istituto non sia più adatto a formare le nuove generazioni. C’è però il problema che solo quando si presenta qualcosa di nuovo che possa essere all’altezza di sostituire ciò che c’è di vecchio può avvenire un vero rinnovamento, finché non c’è niente di nuovo e il vecchio si degrada, si permane in una lunga fase di stagnazione e di degrado che causa non pochi problemi e sofferenze.
Oggi non c’è niente all’orizzonte di decente che possa sostituire il ruolo della famiglia nella vita dei più giovani e la sua decadenza sta diventando una lunga agonia in cui i ruoli dei genitori diventano sempre meno vantaggiosi e costosi da assolvere.
Nella famiglia nucleare contemporanea il ruolo centrale nella formazione dei bambini è assolto dai genitori, dal padre e dalla madre. Ma i ruoli sia paterno che materno sono in crescente crisi e i lati negativi pare che stiano surclassando i vantaggi che essi comportano.
In una raccolta di suoi pensieri e detti memorabili il poeta Giacomo Leopardi notava che una buona parte di personaggi celebri, di geni e affini sono orfani di padre. Leopardi affermò che la protezione paterna blocca un po' gli uomini nella loro crescita e nello sviluppare della propria personalità datosi che il padre pensa un po' a tutto. L'assenza paterna invece spingerebbe molti uomini a provvedere da sé e quindi anche a crescere.
Il poeta notava:
“Scorri le vite degli uomini illustri, e se guarderai a quelli che sono tali, non per iscrivere, ma per fare, troverai a gran fatica pochissimi veramente grandi, ai quali non sia mancato il padre nella prima età. Lascio stare che, parlando di quelli che vivono di entrata, colui che ha il padre vivo, comunemente è un uomo senza facoltà; e per conseguenza non può nulla nel mondo: tanto più che nel tempo stesso è facoltoso in aspettativa, onde non si dà pensiero di procacciarsi roba coll'opera propria: il che potrebbe essere occasione a grandi fatti; caso non ordinario però, poiché generalmente quelli che hanno fatto cose grandi, sono stati o copiosi o certo abbastanza forniti dei beni della fortuna insino dal principio. Ma lasciando tutto questo, la potestà paterna appresso tutte le nazioni che hanno leggi, porta seco una specie di schiavitù dei figliuoli; che, per essere domestica, è più stringente e più sensibile della civile; e che, comunque possa essere temperata o dalle leggi stesse, o dai costumi pubblici, o dalle qualità particolari delle persone, un effetto dannosissimo non manca mai di produrre: e questo è un sentimento che l'uomo, finché ha il padre vivo, porta perpetuamente nell'animo; confermatogli dall'opinione che visibilmente ed inevitabilmente ha di lui la moltitudine. Dico un sentimento di soggezione e di dipendenza, e di non essere, per dir così, persona intera, ma una parte e un membro solamente, e di appartenere il suo nome ad altrui più che a se. Il qual sentimento, più profondo in coloro che sarebbero più atti alle cose, perché avendo lo spirito più svegliato, sono capaci di sentire, e più oculati ad accorgersi della verità della propria condizione, è quasi impossibile che vada insieme, non dirò col fare, ma sol disegnare checchessia di grande. E passata in tal modo la gioventù, l'uomo che in età di quaranta o di cinquant'anni sente per la prima volta di essere nella potestà propria, è soverchio il dire che non prova stimolo, e che, se ne provasse, non avrebbe più impeto né forze né tempo sufficienti ad azioni grandi. Così anche in questa parte si verifica che nessun bene si può avere al mondo, che non sia accompagnato da mali della stessa misura: poiché l'utilità inestimabile del trovarsi innanzi nella giovinezza una guida esperta e amorosa, quale non può essere alcuno così come il proprio padre, è compensata da una sorte di nullità e della giovinezza e generalmente della vita.”
In ogni cosa ci sono lati positivi e lati negativi. Per esempio se la figura paterna è (o è stata) qualcosa di vantaggioso per la società è anche vero che la presenza di un maschio adulto nella vita di un uomo in formazione può avere degli aspetti negativi. Per esempio il bambino o il ragazzo può sentirsi in posizione di inferiorità e la sua personalità può essere oscurata dalla presenza paterna. Il ragazzo faticherà a diventare un "uomo di casa" e questo può avere anche conseguenze non del tutto positive.
Inoltre il padre può costituire un falso modello da seguire. Il figlio proverà a imitare il padre, magari però lui è diverso da padre o il contesto in cui vive è diverso da quello dell'agire paterno e questo può generare senso di frustrazione. Spesso l'identità personale può anche essere aiutata dall'assenza del padre, magari proprio perché non ha modelli fissi da seguire e può esprimersi seguendo le proprie inclinazioni. Però il tutto è molto a rischio, una buona presenza paterna esclude delle possibilità ma dà risultati molto più sicuri...
Direi in definitiva che il padre è una guida. La guida, il guidare una persona, ha dei risvolti positivi e negativi. Da una parte fornisce sicurezza a una persona incanalandola nei giusti binari in cui dovrà muoversi, dall'altra però può frenare alcuni aspetti della personalità. Ora questi aspetti potranno essere anche negativi, e infatti in questo consiste in buona parte guidare, nel reprimere le pulsioni negative. Però poi tende a formare solo uomini comuni e niente di più.
Lasciati senza guida fin da piccoli gli uomini "sbandano" e possono o uscire di strada e diventare instabili e "squilibrati" oppure possono trovare una propria strada e quindi diventare anche persone importanti...
Forse la guida paterna fornisce più sicurezza che il risultato finale riesca bene, però appiattisce e livella, l'assenza di questa guida può invece fornire più opportunità ma il risultato finale è altamente rischioso.
Ma lo stesso può ovviamente dirsi per la figura materna la quale è una figura genitoriale che tende a bloccare tutto per troppa protettività e paura dei rischi. Lo si vede dai primi anni di vita del bambino, dalle prime cadute, dalle prime pedalate, nuotate eccetera. Il padre tende spesso a stimolare, seppure non di rado tale stimolo può avere un effetto “rompicoglione”, mentre la madre tende spesso a bloccare.
Ma i genitori, il padre e la madre, altro non rappresentano che il mondo maschile e femminile adulto che entra in contatto col mondo infantile. I bambini si approcciano con uomini e donne, col proprio e con l’altro sesso, imparando cosa vuol dire essere uomini e cosa vuol dire essere donne in età adulta. Avviene un processo di identificazione verso il proprio sesso e di relazione con l’altro.
Non è detto che questi ruoli debbano essere per forza assunti dai genitori naturali, né da un singolo uomo e da una singola donna. Esistono culture in cui i ruoli genitoriali sono assolti da una varietà di persone. Anzi il restringere i ruoli genitoriali ai soli genitori biologici è un fenomeno piuttosto recente e tipico della società industriale occidentale.
Oggi, in fase postindustriale, i ruoli genitoriali entrano in crisi. Da una parte sono sempre più iperresponsabilizzati perché in una società complessa come quella attuale è sempre più difficile che due persone si sobbarchino il compito di educare degli esseri umani. Dall’altra un diffuso giovanilismo, un culto della spensieratezza, tipico di una società dei consumi, che impedisce una piena maturazione della personalità, utile per potersi sobbarcare pesanti responsabilità.
L’esigenza di nuovi modelli pedagogici pare avvertita da molti, ma è difficile immaginarne qualcuno all’altezza dell’attuale famiglia monogamica e nucleare. E così si preferisce puntare su questa nonostante la crisi in cui versa. Ma la sua decomposizione continua a manifestarsi attraverso il degrado dei compiti genitoriali. Il ruolo dei genitori oggi è sempre più difficile e sempre peggio riuscito. Eppure è il ruolo paterno ad essere maggiormente attaccato, mentre il ruolo materno, la cui utilità, oltre alla gravidanza e al parto, potrebbe essere altrettanto dubbia, viene quasi sacralizzato. Il motivo è semplice: il padre è un ruolo maschile, la madre un ruolo femminile. Per cui, stando alla regola che tutto ciò che è maschile è il male e tutto ciò che è femminile è il bene, ecco che il ruolo paterno è il male mentre il ruolo materno è il bene assoluto e necessario all’Umanità.
Così per portare avanti l’attacco al padre e la difesa della madre da una parte si sobbarcano i padri naturali di enormi oneri economici e di impegni di tipo “materno”, mentre dall’altro il mondo maschile adulto si stacca sempre più dal mondo infantile e adolescenziale.

Il valore della forza e la forza del valore
Come ben sappiamo una volta le attività principali con cui ci si guadagnava da vivere erano fondate sulla forza, sulla forza fisica. La forza fisica era un valore, una virtù. Oggi viene spesso chiamata forza “bruta” anziché forza fisica o forza pura, e questo appellativo già la dice lunga sulla considerazione che si ha di essa. Pare quasi che sia un difetto, l’uomo vigoroso e muscoloso è considerato o “bestiale” o un “macho”. Ci viene spesso mostrato un aspetto superficiale della prestanza fisica la quale costituisce invece un valore.
Allo stesso tempo, come ho detto in precedenza, un tempo era esaltata, in quanto necessaria, anche la forza psichica, la forza di carattere, che spesso si manifestava nell’eroismo. Oggi non è raro considerare l’eroismo come manifestazione di stupidità, come non di rado si considera migliore l’opportunismo, ma un tempo l’eroismo era un valore, e i valori di una persona avevano una forza non trascurabile. Per infondere valore agli individui era necessaria una disciplina alquanto ferrea e basata sullo sforzo e sulla rinuncia. La disciplina era alla base dell’educazione sia dei più giovani, ma anche un continuo punto di riferimento per gli adulti.
Oggi tutto questo non è più necessario perché la miseria è stata tecnicamente (seppure non socialmente) sconfitta. Oggi con pochi sforzi si può ottenere molto senza rinunciare a nulla. Ma il problema sta nel fatto che questa condizione è del tutto nuova nella storia dell’Umanità, la quale si è formata, per lo più, in condizioni di generale e regolare penuria di beni. Il problema dell’obesità col relativo proliferare di diete e dietologi non raramente di dubbia efficacia, la dice lunga sulla dicotomia esistente tra il nostro modo di essere e la condizione in cui viviamo.
Come ho detto prima, oggi i bambini vengono in genere educati con poche rinunce e accondiscendendo ai loro desideri. Si può fare quindi perché non accontentarli? Ebbene ciò che voglio dire, e che forse scandalizzerà non pochi abituati al solito stupido liet motiv che le donne sarebbero più “mature” degli uomini, è che tra uomini e donne c’è lo stesso rapporto che esiste tra adulti e bambini, dove gli adulti sono gli uomini e i bambini sono le donne. Così come oggi si avverte spesso l’esigenza di accontentare i bambini, di soddisfare tutti i loro capricci, allo stesso modo si fa con le donne. Ecco che molti uomini si sentono in “dovere” non di riconoscere una probabilmente legittima parità tra uomini e donne, ma di garantire una crescente condizione di privilegio alle donne, di fare in modo che l’infelicità sia bandita dalla vita femminile. Non si accorgono che così facendo provocano l’effetto contrario, perché così come i bambini diventano adulti viziati e incontentabili, allo stesso modo il genere femminile diventa sempre più pretenzioso e insofferente.
È ovvio che così come esistono genitori più severi, o almeno previdenti, che non vogliono che i propri figli diventino viziati, provvedendo per loro un’educazione più severa, magari anche troppo, allo stesso modo ci sono uomini che non si sottomettono all’attuale logica di accontentare a tutti i costi le donne e pretendono che esse si assumano le loro responsabilità. C’è però una differenza tra bambini e donne, in quanto mentre i bambini rimangono nell’ambito familiare, le donne invece fuoriescono da questo ed entrano nell’agone della vita sociale. Così viziare le donne diventa anche una questione politica che si traduce nel favorirle nell’accesso alle carriere nei settori in cui non sono portate, garantire che possano soddisfare ogni capriccio anche in ambiti importanti e non certo nell’acquisto di giocattoli. Ecco che lo scontro tra uomini che viziano e uomini che pretendono “disciplina” diventa scontro anche politico.

Femminismo teorico e femminismo reale
Esistono due tipi di interpretazione anche per ciò che riguarda il processo di sviluppo del movimento femminista. La prima la si potrebbe definire quella della “rivelazione”. Secondo questa visione il femminismo, come altri movimenti storici, avrebbe utilizzato degli slogan teorici fasulli durante la fase di ascesa a scopo più propagandistico che come un vero piano volto a essere realizzato. Non che l’inganno rientri nelle intenzioni dei sostenitori, magari questi davvero credevano in questi slogan, ma il movimento stesso fin dall’inizio aveva già prestabilito il suo futuro percorso evolutivo e, una volta assurto a politica di governo, rivelare poi il suo vero volto. Questa interpretazione può essere condivisibile ma fino a un certo punto, perché seppure coglie abbastanza organicamente il processo di evoluzione storica generale di un movimento, è appunto troppo generalista e fa confluire in un unico percorso tutto un insieme di correnti e dottrine che fanno capo a quel dato movimento, come fossero un tutt’uno e senza fare distinzioni tra le varie correnti, spesso anche contraddittorie tra loro.
Più analitica è l’interpretazione che vede una degenerazione nel movimento femminista. Secondo questa prospettiva il femminismo costituiva davvero ciò che in gran parte si dichiarava, ma poi ha subito delle degenerazioni e distorsioni ad opera di resistenze che si sono opposte alla realizzazione delle sue finalità.
Le resistenze opposte al femminismo “verace” della visione “deviazionista” alcuni le vedono come “naturali”, intendendo con tale termine che esse contrastano con un modo di essere intrinseco e precostituito degli esseri umani, ma in tal caso si tende a sfociare nella concezione della “rivelazione” in quanto il femminismo non poteva essere ciò che si dichiarava in fase ascendente, perché contrastava con un modo di essere “immutabile” degli esseri umani. Col termine “natura” infatti i sostenitori di una visione etologica dell’Umanità intendono appunto qualcosa di “sacro” che non può essere “violato”. Ogni dottrina che si prefigge di costruire un mondo “migliore” viene vista come una forzatura alla natura umana e quindi una violenza agli esseri umani.
Molto più in linea con la tesi della deviazione è la visione sociologica dell’Umanità. Secondo tale visione gli esseri umani sono quel che la società li fa essere, come li forma. Pertanto è pienamente legittimo tentare di migliorare le persone perché è così che si formano gli esseri umani e il tirare in ballo la natura costituisce un inganno volto a far rinunciare di assecondare il desiderio di cambiamento in meglio ed accettare l’ordine costituito (anche se ci sarebbe da stabilire la giustezza di ciò che si intende con la parola “meglio”...). Le resistenze opposte a vari movimenti, tra cui anche quello femminista, sarebbero pertanto di natura sociale, ossia tutto un insieme di spinte socio-economiche avrebbero opposto un freno e un dirottamento dalle intenzioni reali dei vari movimenti di cambiamento impedendo la loro realizzazione e anzi distorcendoli e utilizzandoli ai propri fini di conservazione.

A cosa ha portato e dove è giunto il femminismo
Ma, come ho detto prima, alla fin fine le donne non hanno ancora perso quel modo di essere che le ha caratterizzate per secoli: essere una merce, solo che adesso sono una merce libera, libera di stabilire le condizioni della propria vendita. Oggi le donne sono una merce che si autovende, che sceglie di persona a chi vendersi, chi è il migliore offerente, nonché quando, come, dove e a che prezzo vendersi. È ovvio che però deve tener conto delle leggi del mercato e che ogni donna avrà un diverso grado di successo. È ovvio altresì che non è detto che tutte le donne abbiano le opportune garanzie di successo nel perseguire i propri intenti.
Qui ora non intendo affermare nulla riguardo capacità o incapacità naturali o artificiali di uomini e donne, ma intendo solo esporre la realtà dei fatti come la si vede.
Forse inconsciamente molte donne, e ragazzine in particolare, percepiscono che non ci sono stati dei veri progressi sostanziali verso una parità come la si era prefissata, che i ruoli chiave nella società sono ancora prerogativa degli uomini perché troppo costerebbe alle donne occuparsene in prima persona. E così l’odio (e l’invidia?) verso il genere maschile monta, come attestato da molti siti (http://riotgirls.forumcommunity.net/; http://chiara-di-notte.blogspot.com/; http://blog.libero.it/taniarocha). E che dire del disprezzo che dimostrano e che ben poco le rende onore (http://www.artereale.it/docs/MUSA_LOCANDINA.pdf; http://www.artereale.it/eventi_uomo.html) che nulla ha a che vedere con la grande capacità di ammirare l’altro sesso che gli uomini hanno mostrato nella storia e che mostrano tuttora (http://www.uomini3000.it/495.htm). E gli uomini che fanno loro notare l’amara e dura realtà allora sono tacciati per misogini e maschilisti, magari di avere problemi col genere femminile, oppure, udite udite, di essere (loro) incazzati perché le donne avrebbero “guadagnato” un posto “centrale” nella società (sic!), se non addirittura avrebbero paura o sarebbero frustrati per aver perso (?) una “centralità” che prima avevano. Insomma si ribalta la frittata e, seguendo uno schema classico e puerile, si attribuiscono a questi uomini paure e frustrazioni che invece avvertono a pelle quelle donne.
Dall’altro lato istituzioni e media si sforzano a più non posso di far passare le donne come esseri divini e invincibili a fronte di poveri “maschietti” stupidi e incapaci.
E così ci si ripiega in iniziative faziose e sessiste (http://questionemaschile.forumfree.net/?t=18208676; http://www.uniurb.it/giornalismo/lavori2004/cuccato/Uomini_fuori.htm; http://www.casainternazionaledelledonne.org/) in piagnistei assurdi, deliranti e ripetitivi (http://antifeminist.altervista.org/analisimedia/toilette_svezia.htm; http://antifeminist.altervista.org/notizie/2006/28_12_2006.htm; http://antifeminist.altervista.org/notizie/2007/3_4_2007.htm) perché nient’altro è possibile fare, almeno nel breve periodo, il periodo che serve ai potenti per conservare il potere, ai politici per farsi propaganda, ai media per fare audience, alle varie aziende di attrarre consumatori e alle istituzioni per farsi “belle”.
E sotto la maschera ipocrita di una “parità” fasulla che ormai non c’è più e che è fatta a pezzi dal continuo piagnisteo femminista ormai anacronistico e fuori luogo, aumenta solo l’odio misandrico e il sessismo favoritista verso il sesso femminile.
È ovvio che poi questo odio generi altro odio, e che sempre più uomini, sotto il bombardamento continuo della misandria dilagante e continuamente negata, diventino a loro volta misogini e disprezzino le donne (http://questionemaschile.forumfree.net/?t=14259022), anche se ci sarebbe da dire che il disprezzo manifestato dalla donne, e non solo, verso il sesso maschile difficilmente trova un corrispettivo simmetrico nella misoginia.
Il femminismo odierno è carico di misandria, di odio verso il genere maschile. Molti attribuiscono questa misandria a una spinta innata del genere femminile (contrastare il “costo del maschio”?), altri all’invidia di non esser uomini, come per esempio la classica “invidia penis”, mentre altri, come Warren Farrell, la considerano un qualcosa che è stato indotto dalla società.
Qualche spiraglio di soluzione
Quindi l’attuale sessismo femminista è il risultato di un’evoluzione scontata del movimento femminista o di una degenerazione dovuta al contrasto con le forze di conservazione sociale? Entrambe le affermazioni dicono la stessa cosa. Lo stesso fatto che un movimento che si è occupato fin dall’inizio della questione dei generi abbia assunto il nome di “femminismo” la dice lunga sulla sua parzialità. Così l’esistenza di ruoli specifici di genere nel passato vuol dire che i due sessi avevano delle loro specificità naturali. Ora aldilà della “profondità” e del grado di “dettaglio” che avevano queste specificità, non si può negare che esse fossero comunque idealizzate, standardizzate ed enfatizzate dalle società che hanno preceduto la nostra. Anche l’esistenza di forze sociali conservatrici mostra qualcosa sul modo di essere degli umani. Né si può negare che gli esseri umani siano soggetti a evoluzioni e mutamenti nel corso della storia, e così il modo di essere uomini e di essere donne. L’importante è che questa evoluzione porti a un equilibrio equo, lungi quindi dalla falsa parità odierna.
La falsa parità odierna, che ora vogliamo vederla come un fallimento di un femminismo verace sostituito da un femminismo sessista e frignone o come la rivelazione del vero volto del femminismo, di certo siamo di fronte e un’ipocrita scenografia di rattoppo e mascheramento di una parità che nei fatti non c’è.
Io non so se la parità tra uomini e donne potrà mai esserci, e per parità intendo sia dei diritti che dei doveri, nonché l’abbandono di antichi privilegi, ma so di certo che un abito non lo rendi nuovo con le toppe. Ecco perché, almeno per il momento, alla luce di quanto ha promesso e ancor oggi ipocritamente promette, il femminismo si è rivelato sotto la superficie falsa, quello che realmente è stato finora: un vero e autentico FIASCO!
Per cui la strada verso la parità, semmai questa potrà mai esserci un giorno, non è certo quella femminista. Si Richiede qualcosa di nuovo e più obiettivo, che magari faccia proprie le vere istanze degli individui maschi e femmine e non che si fonda su parametri numerico-quantitativi. Magari la formula per il futuro rapporto tra i generi sarà “Parità nella forma, Equità nella sostanza”, intendendo con questa formula che tutti i cittadini, maschi e femmine, sono posti sullo stesso piano e visti allo stesso modo, pari e uguali, davanti alla legge e ai principi giuridici, ma nel concreto della vita quotidiana dovrà essere l’equità il principio basilare del rapporto tra i sessi. Equità consisterebbe nel fatto che, nell’ambito dei vari rapporti, ognuno dà quanto riceve senza che nessuno ci rimetta. E perché ciò accada non c’è bisogno che le varie parti abbiano gli stessi ruoli e le stesse propensioni, che occupino gli stessi numeri di posti nei vari settori della vita sociale, ma anche con una certa divisione dei ruoli, che potrebbe sorgere in modo del tutto spontaneo nel pieno rispetto delle aspirazioni individuali, può esserci questo “bilanciamento”. Sarebbe a dire che se gli uomini dovranno assumersi loro prevalentemente i mestieri più a rischio e più faticosi è giusto che guadagnino in relazione del rischio e della fatica che essi si assumono. Se pertanto gli uomini guadagnano di più è cosa giusta e buona fintanto che le donne non si assumeranno tali mansioni nello stesse proporzioni con cui se le assumono gli uomini, semmai le donne potranno farlo.
L’equità vuole, infine, il pieno rispetto della libertà del donare. Se la propensione principale degli uomini è il dono questo dono deve essere libero e la scelta della sua concessione deve rientrare nel pieno della libertà dell’individuo e non essere in nessuna maniera imposta. Un dono imposto non è più un dono ma un’estorsione. E inoltre ogni dono deve essere pienamente riconosciuto. Ma anche chi decide di non donare non deve essere sottoposto ad alcun giudizio negativo. Bisogna rispettare chi non vuole donare come ammirare chi dona con intelligenza e disprezzare chi dona con dissennatezza. Perché il dono maschile è qualcosa di prezioso e che va vista come tale e non da buttare via.
Da tenere ovviamente conto che nell’attuale contesto conviene donare il meno possibile, soprattutto alle donne, in quanto già fin troppo favorite e privilegiate a fronte di uomini già fin troppo sobbarcati di oneri e doveri di sorta. Pertanto i doni del terzo tipo, quelli fatti in maniera inconsulta, sono probabilmente la maggioranza, se non addirittura la quasi totalità o addirittura la totalità.