LE DONNE, UNA RIVOLUZIONE MAI NATA di Fabrizio Marchi


Se avessi letto il libro di Fabrizio Marchi un paio di anni fa lo avrei eletto a mio manifesto personale per quel che concerne la questione dei sessi. Il pensiero di Marchi è infatti per molti versi estremamente simile al mio di poco tempo addietro, prima che il “tarlo naturalistico” s’insinuasse nella mia mente a seguito della lettura di alcuni testi che attribuiscono, con discrete argomentazioni, una matrice naturale e irreversibile ai comportamenti maschili e femminili. Niente da prendere estremamente sul serio, è tipico di ogni società “naturalizzare” i suoi stereotipi, ma questi scritti mi hanno insegnato a diffidare delle spiegazioni troppo sociologiche e culturaliste.
“Donne, una rivoluzione mai nata” è analitico, entra fin nei meandri più oscuri del rapporto medio uomo-donna odierno mettendone a nudo i meccanismi che ne fanno uno dei capisaldi della conservazione sociale. Il rapporto tra i sessi è visto come conseguenza del capitalismo consumistico, un meccanismo che lega uomini e donne alle proprie reciproche frustrazioni storiche, amplificandole e portandole al parossismo. Marchi non poteva non addentrarsi nei cosiddetti luoghi comuni, perché è proprio in essi e dietro essi che si celano quegli aspetti, seppur generalizzati, semplificati ed estremizzati, che caratterizzano l’attuale funzionamento del “mercato sessuale”. Il messaggio è chiaro: la “rivoluzione” sessuale e femminista è stata tradita con la corruzione del genere femminile da parte delle classi dirigenti. Le donne sono state mercificate e hanno visto aumentare il loro valore di mercato e la loro indipendenza nei confronti degli uomini comuni. Il proprio aumentato “potere contrattuale” consente loro di pretendere maggiore benessere da parte degli uomini in cambio della loro compagnia. In questo modo gli uomini di potere si sono garantiti un migliore controllo sociale su uomini e donne delle classi da loro assoggettate, assoggettando gli uomini comuni alle donne e promuovendo così la continuazione, anzi il rafforzamento, del proprio dominio sociale. Questo però genera forti sentimenti di frustrazione negli individui di ambo i sessi sottoposti a tale dominio, in quanto costretti a interiorizzare e seguire valori e modelli non connaturati alla loro vera personalità.
Si tratta di un libro molto denso con un linguaggio divulgativo e semplice, molto incalzante. Per certi versi ricorda molto Warren Farrell de “Il mito del potere maschile”, seppure molto più sintetico e circoscritto, nonché con una tendenza più spiccatamente progressista, per certi versi addirittura anarchicheggiante fino a spingersi a proporre il superamento dell’istituzione matrimoniale e familiare.
Vi sarebbero dei punti deboli e delle perplessità da avanzare, come per esempio il fatto che l’autore trascura la normativa in materia di reati sessuali, importantissima nell’ambito dello scenario di cui si occupa. Altra perplessità è il modello scandinavo di cui l’autore ne decanta gli aspetti positivi. Eppure i paesi scandinavi sono in prima fila per quel che riguarda la politica discriminatoria nei confronti della popolazione maschile. Mi lascia perplesso anche l’affermazione che il sesso sarebbe il movente principale della società occidentale. Credo che questo può essere vero in alcuni contesti, in particolare nei ceti sociali medio-alti, ma che la stragrande maggioranza degli uomini, ma anche delle donne, lavori per campare, per tirare avanti con una vita che non è affatto così “ricca” come si crederebbe, neanche nel “ricco” occidente. La maggior parte degli uomini sgobba ore e ore al giorno per sbarcare il lunario, per mandare i figli a scuola, per pagare il mutuo di casa. La maggior parte dei ragazzi si arrangia per guadagnare quei quattro soldi con cui cercare di farsi una vita, cosa niente affatto scontata e garantita oggi. È quindi ancora il classico bisogno di vivere, a mio parere, a garantire al capitale il sacrificio di sangue, sudore, tempo di vita e dedizione più o meno forzata di milioni di esseri umani. Che poi in questo bisogno di vivere è ricompreso anche il sesso e che questo sia stato negli ultimi decenni ulteriormente mercificato e abbia visto amplificare il suo ruolo di controllo sociale questo è ovvio, ma direi che esso si aggiunge e potenzia il meccanismo di controllo e non ne costituisce certo la base principale e men che meno unica.
Verosimile anche il fatto che il capitale sfrutti e spremi uomini e donne sulla base delle loro rispettive specificità. Gli uomini sbattuti a morire in cantieri edili e giacimenti minerari e le donne messe a partorire ed accudire cose e persone. Come vero è che, almeno nei contesti più “avanzati” si è visto diminuire di molto il carico di lavoro e di sacrifici richiesti alle donne mentre molto meno è calata la richiesta, anzi in molti casi addirittura aumentata, di sacrifici voluti dagli uomini. Ma c’è anche da aggiungere che in tali contesti, e non solo, si è verificata in una certa misura e in certi ambiti, una limitata parificazione di mansioni tra popolazione maschile e popolazione femminile tanto da costringere le donne, come nota l’autore, a “scimmiottare” gli uomini.
Vi sarebbe inoltre da citare anche il mio dubbio naturalistico di cui sopra, secondo il quale è tutt’altro che scontato il nesso di causalità tra rapporti tra sessi e capitalismo sostenuto dall’autore. Nessuno ci vieta di pensare che non sia il capitalismo a stabilire i rapporti tra uomini e donne bensì questi ultimi a determinare il capitalismo.
Ma la perplessità maggiore sta nel fatto che la soluzione alle problematiche maschili venga affidata alle donne. Io non credo che gli uomini debbano aspettarsi nulla dal “gentil” sesso. Ogni soluzione ai loro problemi dovranno cercare di trovarla da soli, guardando in se stessi, come individui e come uomini e imparando a valorizzare per se stessi le loro risorse personali.
Sembrerebbe stonare la postfazione di tale Lidia Ravera la quale, nel tentativo di controbattere le “chiacchiere da bar” dell’autore, ci ripropina la solita brodaglia di piagnistei ed autocompiacimenti femminili. L’autrice di tale postfazione non solo la butta sul personale col classico “con chi te la fai?” e roba del genere, tipico di chi non sa o non può argomentare in maniera decente le proprie obiezioni, ma si rifà a presunti dati e pregiudizi magari presi da fonti di “indubbio” valore “scientifico”, quali rotocalchi rosa, secondo i quali le donne sarebbero superiori e migliori degli uomini i quali, a loro volta, sono brutti e cattivi, nonché… inutili, e che terrebbero le “povere” donne prigioniere di un sistema di discriminazione che esse, poverine, tollerano… in silenzio (sic!).
Solita solfa insomma. Che dire? Solanas ha ancora delle epigone, lo Scum esiste ancora…

Commenti

  1. Molto più realistico e pratico del libro di Dalla Vecchia, ma comunque molto puerile direi.

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  2. Come l'autore del resto. Pensa che nel suo blog pubblica solo i commenti che gli piacciono e si mette ad adulare zoccolette che afermano di aver voglia di trombare. Che roba! Per certi uomini basta che una donna parli bene del sesso per diventare ai loro occhi una specie di "eroina".

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  3. Dicesi "morti di figa", Giubbì. :)

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