QUESTA META' DELLA TERRA di Rino Dalla Vecchia


Un’opera sinfonica. È questa che mi viene alla mente leggendo il libro di Rino Dalla Vecchia “Questa metà della Terra”, col suo tono problematico e meditativo, spesso, purtroppo, addirittura vittimistico e patetico, come un lento. Tono alternato a delle vere e proprie stoccate che assumono alti toni lirici.
È un libro questo che stimola la riflessione, drammatico, direi forse inquietante. L’autore compie un meticoloso excursus della panoramica giuridica e madiatico-culturale concernente i rapporti tra i sessi, evidenziandone la natura faziosa e di parte, fortemente antimaschile, degli ultimi anni.
Le fonti prese in considerazioni sono tra le più varie e le più popolari: sentenze della magistratura, leggi, normative europee, articoli di riviste molto diffuse, libri di letteratura generale e di varie correnti femministe e così via.
Considerazioni spietate, spesso forse esagerate, ma volte a smascherare le incoerenze e le distorsioni dell’influenza che il femminismo ha avuto nella società odierna.

Dalla Vecchia considera il femminismo come il punto di arrivo del desiderio di un genere. Desiderio covato all’ombra della storia di un genere che solo adesso può esprimersi tirando fuori tutto il suo odio canceroso e il suo veleno verso l’altro. Una dialettica in cui il genere femminile, con l’ausilio della tecnica odierna che rende sempre più marginale l’utilità delle facoltà maschili, avanza verso l’affermazione della sua volontà di potenza che potrebbe addirittura consistere nell’eliminazione tout court del genere maschile il quale risulterebbe così una sorta di “sedotto e abbandonato” che, dopo essere stato utilizzato principalmente come protettore e produttore di ricchezza, ora potrebbe togliersi di mezzo in quanto non più necessario. Rimarrebbero solo dei “bisogni residuali” che lo terrebbero ancora “in vita” per la “gioia” del “gentil” sesso.

Tutto il femminismo, a detta dell’autore, specie quello sessantottino e post sessantottino, non sarebbe altro che la manifestazione di una lotta sotterranea, occulta, che il mondo femminile avrebbe ingaggiato per ottenere il controllo dell’altro sesso attraverso i mezzi creati dallo stesso genere maschile. Gli ultimi decenni avrebbero visto l’affermazione del femminismo “reale” il quale, se tradisce fino in fondo le promesse fatte da quello “teorico” è solo perché queste erano promesse propagandistiche, volte a ingannare le persone sulla vera natura di questo movimento che solo ultimamente starebbe mostrando il suo vero volto misandrico.
In questa sua analisi l’autore dà per scontato che tutto il femminismo sarebbe frutto delle esigenze e delle aspirazioni delle donne. Sembra trascurare ogni elemento “esterno” al femminismo che viene forse troppo enfatizzato al di fuori di ogni gioco di potere interno al mondo maschile e alla struttura sociale in cui il femminismo è sorto e si è sviluppato (degenerato?).

Sembrerebbe che tutta la storia venga ricondotta nell’ambito della lotta tra i sessi, un po’ sulla falsariga della marxiana lotta di classe. Quando però si parla di uomini e donne io sono sempre perplesso per via del fatto che queste due semplici parole indicano due insiemi di miliardi di esseri umani. Ognuno di questi due insiemi rappresenta un universo vasto, complesso ed eterogeneo, e il volerlo ricondurre nell’abito di una semplice distinzione binaria non mi ha mai convinto molto.
Ma seppure volessimo distinguere la sfera morale in maniera netta tra una “maschile” e una “femminile”, nessuno ci dice che un uomo possa scegliere la seconda o una donna la prima per propria libera e consapevole scelta e senza alcun tipo di “deformazione” interiore. Parrebbe invece che l’autore assuma l’atteggiamento di chi afferma che l’essere uomo comporti per forza di cose l’assumere per sé una moralità affine alla propria “categoria”e il non farlo indicherebbe in ogni caso sottomissione all’altro genere, fautore di una propria moralità e di un proprio ordine, oggi considerato prevalente.

Le soluzioni avanzate da Dalla Vecchia consistono nello sganciamento emotivo e nel narrato maschile. Il primo è una buona intuizione consistente nella presa d’atto, da parte degli uomini, della relativa indipendenza socio-economica delle donne e del conseguente calo di “utilità” che la presenza maschile ha nella loro vita. A questo occorrerebbe rispondere con una forma di indipendenza emotiva degli uomini verso le donne volta ad evitare che il potere “contrattuale” femminile possa lievitare fino a livelli inquietanti.
Eccellente anche l’intuizione dell’esigenza di un narrato maschile, che io auspicherei più come narrazione di individui che fanno capo a un genere, quello maschile appunto, che non di una narrazione di un genere composto da individui, come invece temo una tal cosa possa degenerare. Molto bello anche l’auspicio di una “età del gioco” in cui gli uomini, “liberati” dalla necessità emotiva di stabilire relazioni con l’altro sesso, possano utilizzare tutte le proprie energie creative e operative per se stessi.

Tra i punti “deboli” dell’opera annovererei oltre al piglio spesso vittimistico anche, almeno in apparenza, il metodo con cui l’autore intende risaltare discrimini e differenze tra i sessi. Il suo metodo si basa sull’ipotizzare il caso inverso, ossia, per un evento che coinvolge uno o più uomini e una o più donne, invitare a immaginare le parti invertite, ossia la parte maschile o le parti maschili al posto di quelle femminili e viceversa. È un metodo molto suggestivo ma anche emotivo oltre che ipotetico, in quanto si fonda su ipotesi e non su fatti, al contrario per esempio di quello utilizzato da Warren Farrell con l’ausilio di casistiche e dati reali. La natura ipotetica ed emotiva di tale metodologia può dare ampi margini di manovra agli oppositori delle argomentazioni di Dalla Vecchia.
Stonerebbe poi, in un testo di rottura come questo, l’augurio di una nuova alleanza tra i sessi sulla base che la loro unione non avrebbe esaurito le sue potenzialità.
Ma i conti quadrano tutti, o quasi tutti, se vediamo il libro nella sua prospettiva piuttosto provocatoria e di invito alla riflessione che non come l’esposizione di una verità ultima. Una sorta di punto di partenza o una tappa del movimento maschile, insomma, e non certo un punto di arrivo.



Commenti

  1. Ciao Giuby,è da molto tempo che seguo questo blog, ma questa è la prima volta che commento. Allora. Tu dici che il libro in alcune parti usa toni vittimistici. Beh, anche se fosse, rimane il fatto, e tu lo sai bene, che in occidente i maschi sono discriminati giuridicamente, pestati e oltraggiati moralmente e psicologicamente. Tutto ciò si configura come "l'essere vittime", e quindi ribellarsi a questa condizione di "vittima" è più che giusto, se non altro, richiama all'attenzione del PopoloBue(secondo il quale la donna è sempre buona, l'uomo è sempre cattivo, o incapace, o stupido) su questa gravissima forma di discriminazione e di pestaggio antimaschile.
    Saluti militanti.

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  2. A dire il vero non ho detto che sia sbagliato il tono del libro, ho solo esposto le mie impressioni.
    Forse non sono riescito a non far trasparire il mio non eccessivo gradimento sul vittimismo del libro in questione. Ma questo è dovuto al fatto che preferisco più il tono accusatorio e critico de L'Antifemminist: http://antifemminista.altervista.org

    Questione di gusti niente di più. Si tratta in ogni caso di un ottimo libro che vale la pena leggere.

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  3. Tra l'altro, come ho già detto, neanche il trattare i due generi come fossero due blocchi omogenei, quasi due persone, non mi convince. Ma credo che si tratta anche di una scelta dell'autore finalizzata allo scopo che si è prefissato.

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  4. E' un libro molto dopato, ci sono cose esagerate fino all'inverosimile. Per esempio tutta la parte inerente al sesso è così esageratamente distorta che mi fa venire il dubbio che l'autore faccia uso di droga...

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