Corso storico del capitalismo mondiale


Quando si parla di politica la gente si “scanna” per dei falsi problemi, questioni di facciata, di superficie. Chi si accanisce a favore o contro una tal cosa o un tal personaggio, chi sostiene una tal corrente e via dicendo.

Ma i problemi della società odierna non dipendono da Tizio o da Caio o da Sempronio, ma è una questione di sistema. Cos’è un sistema? Diamone una definizione:

Nell’ambito scientifico, qualsiasi oggetto di studio che, pur essendo costituito da diversi elementi reciprocamente interconnessi e interagenti tra loro o con l’ambiente esterno, reagisce o evolve come un tutto, con proprie leggi generali.


La società in cui viviamo oggi è una società pienamente capitalista, ossia fondata sul sistema produttivo capitalistico che ha le sue leggi specifiche.
Gli essere umani, individualmente o collettivamente, agiscono sulla base di una volontà, in maniera più o meno cosciente e consapevole e sono spinti da autodeterminazione.
Nel microcosmo questo porta ad azioni e conseguenze che sono più o meno diretta conseguenza di ciò che si voleva, dando risultati a volte in linea con la propria volontà a volte no.
Ma nel macrocosmo, ossia nell’ambito del sistema generale, tutte le singole volontà si annullano pressoché completamente, per cui è come se gli esseri umani non agissero guidati dalla loro volontà ma in base alle mere leggi del sistema. Sarebbe a dire che, nell’ambito della società complessiva, è possibile fare astrazione della coscienza umana in quanto questa ha scarsa o nessuna influenza sull’andamento del sistema economico (e politico) generale.

A prescindere ora dalle leggi generali del sistema capitalistico, descritte da una vasta schiera di economisti di svariate scuole economiche e di pensiero, noi vediamo che sotto i nostri occhi si stanno verificando crisi economiche sempre più ricorrenti e disastrose. C'è chi dà la colpa agli speculatori, chi alle multinazionali, chi alle classi politiche dei vari paesi e via discorrendo, chi a Tizio o Caio, chi a presunti complotti e via dicendo. Ma siamo certi che si tratta di vere e proprie colpe e non di un fatto strutturale dell'economia moderna?

Preciso che quanto dico non vuole essere una valutazione etico-politica ma solo economica-fattuale. La politica è fatta per due tipologie di uomini: gli idealisti e i furboni. Io non sono né l'uno né l'altro. Sono solo uno scettico fesso e quindi non sono tagliato per la politica.

Quindi, dicevo, l'economia moderna presenta due tendenze fondamentali:

1. L'aumento della produttività col ricorso di mezzi tecnici sempre più perfezionati che a parità di lavoro consentono maggiori volumi di produzione.

2. La saturazione dei mercati dovuta al fatto che questi vengono inondati di merci che una volta divenute di uso comune presentano una crescita di domanda sempre più lenta.

Queste due tendenze portano a due conseguenze:

A. aumento della disoccupazione, inoccupazione, sottoccupazione e precriato e riduzione dell'occupazione dovuta a un tendenziale calo della richiesta di manodopera nel lungo periodo.

B. Calo della redditività dei capitali. Se prima bisognava investire 100 per guadagnare 10 ora bisogna investire 10.000 per guadagnare 100. Aumentano i profitti reali ma diminuisce il tasso di rendimento dei capitali con conseguente dirottamento verso settori finanziari e speculativi che non producono niente di reale se non carta straccia.

Ora questa tendenza evolutiva dell'economia moderna tende a sua volta a inasprire il clima concorrenziale tra i vari gruppi economici, che spesso fanno capo a nazioni o gruppi di nazioni che si contendono mercati di sbocco, fonti energetiche, materie prime etc.
Questo comporta il confluire della concorrenza economica in quella politica e militare e, dulcis in fundo, alla guerra.
La guerra può essere vista come una sorta di ristrutturazione in grande stile per l'economia. Queste perché comporta:

a. in fase di preparazione, l'impiego dei fattori produttivi (uomini e mezzi) inoccupati nei settori civili allo scopo di produrre e impiegare mezzi di distruzione.

b. in fase di combattimento, la distruzione dei fattori produttivi in eccesso prodotti dal sistema.

La guerra è una sorta di "sfiatatoio" del sistema economico che consente una selezione "darwiniana" delle potenze più adatte ai tempi in corso che si spartiscono le zone di influenza, vi investono e quindi inaugurano un nuovo ciclo di ricostruzione-crisi-guerra. Ciclo di sempre più vasta portata per via dell'avanzamento dei mezzi tecnici.
Questo sia a livello locale che globale.

Per uscire da questo ciclo infernale sono state avanzate teorie e proposte politiche. I due gruppi principali di tali teorie che ci tengo a esporre sono:

1. Teorie rivoluzionarie o riformiste in grande stile (linea rivoluzionaria e linea statal-riformista) che propongono una riformulazione totale del sistema e la sua sostituzione con un sistema di gestione popolare diretta dei fattori economici (comunismo, anarchismo, etc.).
Queste teorie propongono per lo più un sistema economico gestito da comitati popolari organizzati in maniera scalare per la gestione della vita sociale ed economica. Oggi sarebbe poi possibile anche l'ausilio dei mezzi informatici.

2. Teorie che propongono una riformulazione della politica monetaria vista come leva per una nuova politica economica (linea liberale). Si tratterebbe per lo più di emettere moneta di decumulo (geselliana) attravero un'imposta monetaria che sostituisca altre imposte (fiscalità monetaria) e consenta la distribuzione di una quota di ricchezza a tutti i membri della comunità (reddito di cittadinanza). Oggi sarebbe possibile anche un largo ricorso alla moneta elettronica.
Secondo questa linea la struttura socio-economica resta comunque di tipo capitalistico ma con opportune correzioni ai principali "difetti" che il capitalismo presenta.

Il vero problema è nel sistema e nel sistema va risolto o perlomeno affrontato, non con le solite innocue e inutili diatribe da gossip politico.

Concludo dicendo che personalmente oggi sono per la seconda linea, quella della correzione liberale del capitalismo con reddito di cittadinanza e fiscalità monetaria.
La prima linea, semmai fosse mai stata possibile alcuni decenni fa, oggi è impraticabile.
E' probabile che si possa anche giungere agli stessi risultati della linea rivoluzionaria con un cambiamento graduale della struttura sociale a seguito dell'introduzione del reddito di cittadinanza e della fiscalità monetaria, ma passando comunque per questa via che io definisco liberale e non per quella rivoluzionaria e tantomeno per quella statal-riformista. Quest'ultima, poi, è quella che io ritengo oggi la più fallimentare.


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