Il diritto di vita e di morte

Ritornando alle mie meditazioni in tema di aborto, continuo a rimanere davvero perplesso pensando alla sveltezza con cui i sostenitori di tale pratica hanno liquidato la questione della natura non umana dell’embrione umano senza alcuna argomentazione scientificamente valida.
Ciò che a prima vista mi viene da notare è il solito stile che caratterizza ogni azione, provvedimento, propaganda o altro che si propone di dare alle donne nuovi diritti, nuovi privilegi, nuove prerogative e nuovi poteri, nonché nuove libertà e nuove difese. Nessuna importanza assume il fatto che tali diritti, privilegi e altro trovino corrispettivi contrappesi in doveri e responsabilità, né che siano garantiti in qualche maniera anche agli uomini, né che siano sostenuti da argomentazioni valide e approfondite, da documentazioni ben ferrate o altro ancora. Né tantomeno che urtino diritti e libertà altrui. No, basta fare delle affermazioni, basta gridare che l’assenza di tali azioni e provvedimenti costituisce in qualche modo una forma di sottomissione e oppressione del sesso femminile, una schiavizzazione delle donne. Questo basta perché semplici affermazioni assurgano al rango di “prove scientifiche”.
Eppure la questione dell’aborto legale rientra a mio umile parere in due principi fondamentali. Quello della coerenza nei rispetti della natura umana e quello della prudenza nella salvaguardia della salute umana.

Umano e non umano
Il primo principio riguarda la definizione di cosa è umano e cosa non lo è. Datosi che nei sistemi giuridici occidentali la salvaguardia giuridica della vita umana è pressoché il criterio basilare e che tutto ciò che è umano va tutelato dalla legge e considerato soggetto di diritto e quindi titolare di diritti e oggetto di protezione legislativa, la legge non può permettersi di legalizzare alcuna forma di omicidio. Nessun attentato a una vita considerata umana può essere appoggiato dalla legge. Si è vero che in alcuni paesi vige l’eutanasia legale e la pena di morte, ma questo secondo me è un altro discorso. Una vita umana innocente e capace di assolvere certe funzioni o che si prevede che potrà assolverle, non può essere legalmente soppressa. Ecco quindi che per l’aborto serve una legittimazione ideologica qual è il concetto della non umanità dell’embrione umano.
Ma è col secondo criterio che l’abortismo non riesce a trovare opportune legittimazioni. Il principio della prudenza nella salvaguardia della salute umana vuole che nessuna pratica, nessun provvedimento e nessuna azione possa trovare appoggio legale senza che prima se ne sia dimostrata l’innocuità verso la salute degli esseri umani. Questo è il principio che viene sbandierato dagli oppositori degli OGM, spesso gli stessi abortisti. Eppure se ben guardiamo l’aborto a mio parere non rispetta questo principio. Come ho detto prima non mi pare che le argomentazioni riguardo la non umanità dell’embrione umano possano considerarsi vere e proprie prove scientifiche. Quindi la legalizzazione dell’aborto attenta alla salute di probabili esseri umani, di enti la cui non umanità non è stata affatto dimostrata. Ecco che l’aborto legale non rispetta il principio prudenziale nella salvaguardia della salute umana.

L’essenza genetica umana
Ma qui si pone un problema: cosa è umano e cosa non lo è? Se chiediamo a chiunque da cosa dipenda la natura umana, l’essenza dell’umanità, credo che ben pochi possano definirlo con chiarezza. Qualsiasi criterio arbitrario utilizziamo ha dei punti deboli. Se prendiamo in considerazione la forma umana, l’avere due braccia, due gambe etc, non credo possa costituire un valido “candidato” per costituire la base della natura umana. Così l’intelligenza e la capacità di ragionare che forse consentirebbe a ben pochi di potersi definire umani…
Ma anche l’uso della parola non credo sia un requisito basilare della natura umana, seppure una caratteristica molto importante. In realtà tutto ciò che viene citato rappresenta solo il visibile, ciò che ci consente di identificare un essere umano. Sono caratteri derivati da qualcosa da cui essi in un certo modo si manifestano. Sono la forma non la sostanza della natura umana. E allo stesso tempo sono dei mezzi, degli strumenti, delle strategie adottate dalla nostra specie per tramandarsi e continuare la propria esistenza.
Ma la forma umana, che sia quella fisica che l’insieme di attitudini e predisposizioni psichiche, scaturiscono da un certo assetto genetico. Come si sa da parecchio tempo, il DNA è alla base della vita, è l’essenza della vita. Un certo assetto genetico è la base di una data forma di vita. Quindi l’assetto genetico umano è alla base dell’essere umano. E parrebbe che questo fatto vada ben oltre una mera combinazione di geni, in quanto il numero e i tipi di geni di una specie non differiscono di molto da quelli di un’altra anche molto diversa e distante dalla sua linea evolutiva. Il DNA, il genoma, si tramanda, tende a duplicarsi e espandersi e a incrociarsi. È una spinta allo stesso tempo “tipografica” e “connessionista” quella genetica. Tende a modellare il mondo costruendo se stesso e allo stesso tempo a comunicare continuamente con se stesso.
È ovvio che questa spinta incontri moltissimi ostacoli e che per essere sostenuta abbia bisogno di determinate circostanze, ma parrebbe questa la spinta prioritaria. Non parlo del singolo gene “egoista”, ma dell’assetto genetico globale di una certa forma di vita. C’è però una differenza tra continuità genetica e incrocio genetico. La continuità genetica è data dalla duplicazione del genoma e dalla corrispettiva duplicazione cellulare. In un essere pluricellulare la continuità genetica può essere garantita dalla cosiddetta partenogenesi, cioè il parto per autofecondazione, o dall’autoclonazione. Molti organismi attuano questo tipo di riproduzione, per esempio la patata, ma anche molti insetti. La clonazione dà luogo a individui identici all’organismo madre. Essa non dà luogo incrocio genetico, quindi non dà luogo a una vera e propria specie nel senso di insieme di individui geneticamente compatibili e pertanto incrociabili tra loro geneticamente, come un insieme di forme di vita che comunicano geneticamente. Senza la riproduzione sessuata vi è solo continuità di forme di vita individuali che non confluiscono in un insieme genetico comunicante che è la specie. Ciò che garantisce l’incrocio, l’unione, la costituzione delle forme di vita in vere e proprie specie viventi, è la riproduzione sessuata, è l’incrocio genetico che essa garantisce. Vi sono altri tipi di comunicazione e incroci genetici che non corrispondono però al momento riproduttivo, come in molti organismi primitivi, per esempio, ma la riproduzione sessuata costituisce allo stesso tempo il momento riproduttivo, e quindi la continuità, e l’incrocio genetico della gran parte degli organismi pluricellulari. In molti organismi pluricellulari viene così costituito un secondo sesso, quello maschile, che assolve il compito dell’incrocio e dell’unità genetica.
Nelle specie a riproduzione sessuata come quella umana, la riproduzione prende avvio dalla fecondazione dell’ovulo da parte dello spermatozoo. In questo istante accade qualcosa di fondamentale, non vorrei sembrare esagerato, ma si tratta a mio parere un cambiamento radicale nell’intera storia dell’universo. Si, perché da due cellule che contengono frammenti di DNA di due organismi adulti quali sono i gameti maschili e femminili, si viene a costituire un nuovo patrimonio genetico che prima non esisteva, un nuovo individuo geneticamente completo e irripetibile. Un patrimonio genetico atto a costruire la forma psicofisica di un essere umano completo. Un patrimonio genetico destinato e rimanere più o meno intatto per tutta la vita del nuovo individuo.
Il patrimonio genetico è un ottimo candidato per stabilire l’esistenza di un nuovo essere umano. Eppure non è stato mai preso in debita considerazione. Perché?

L’equilibrio tra il Sole e la Luna
Quando mi sono occupato di storia sociale, storia della filosofia, storia delle religioni e così via, ho trovato che parecchie dottrine religiose, cristianesimo e cattolicesimo in primis, affermano che al momento del concepimento vi sia un ente (dio, spirito, principio vitale o come lo chiamano) che “insuffla” la vita nella prima entità che sorge dalla fecondazione. Ora in passato le idee sul meccanismo della fecondazione erano alquanto confuse, non si conosceva la genetica, la citologia non c’era ancora e non si sapeva certo che l’unità fondamentale della vita è la cellula. E in effetti esseri unicellulari siamo subito dopo la fecondazione, quando le due metà del patrimonio genetico derivanti dai gameti maschile e femminile si fondo formando un nuovo patrimonio genetico.
Ora mi viene da notare la grande valenza simbolica che gli antichi davano a questo fenomeno a loro di certo sconosciuto. Eppure per migliaia di anni e per svariate popolazioni, da quel che mi risulta, la vita umana è sempre iniziata da ben prima che noi nascessimo. Finché eravamo nella pancia di mamma non eravamo visti come agglomerati di cellule che miracolosamente e per magia diventano esseri umani una volta staccato il cordone ombelicale o per altri vari stravaganti fenomeni della natura, tipo onde cerebrali e roba varia.
No, per gli antichi vi era un principio che si insinuava nel nuovo essere, un principio vitale e attivo, una sorta di “fuoco” vitale che si aggiungeva alla materia, all’acqua e alla terra per dare vita a un nuovo essere.
E qui mi sovviene la bipartizione ancestrale che molti popoli tribali, come i celti per esempio, sostenevano come fondamento della realtà cosmica. Un principio attivo, il fuoco e l’aria, lo spirito, il logos, l’azione, il verbo, e un principio passivo, l’acqua e la terra, la materia, il freddo. Un principio quindi denominato “maschile” e un altro denominato “femminile”. No, non chiedetemi perché tutto ciò che è attivo, caldo, focoso sia definito “maschile” e tutto ciò che è passivo, inerme e languido sia definito “femminile”. Non saprei dirlo con precisione. Posso farmi l’idea che datosi che nella gran parte dei mammiferi uomo compreso il maschio penetra per fecondare e la femmine viene penetrata per farsi fecondare tutto nasca da qui, ma sinceramente davvero non ne sono del tutto convinto, la mia è solo un’ipotesi. Diamo quindi per un dato di fatto che per convenzione il maschile è il principio vitale attivo e fattivo e il femminile costituisce invece il supporto vitale passivo e “inerme”.
È ovvio che sotto questa accezione non si vuol dire che i maschi siano del tutto “maschili”, cioè siano costituiti solo dai principi “maschili” e le femmine del tutto “femminili”. In realtà i popoli e le filosofie stessi che hanno elaborato questo tipo di bipartizione asseriscono che gli esseri umani sono costituiti da entrambe le tipologie di principi. Solo che in ogni creatura possono prevalere o quelli di un tipo o quelli di un altro caratterizzando la creatura stessa. Pertanto è ovvio che i maschi sono creature a prevalenza maschile e le femmine a prevalenza femminile.

Personaggi e simboli solari e lunari
Quindi sin dall’antichità vi sono stati popoli e culture che hanno simboleggiato in modi diversi questi duplici principi. All’inizio come forze della natura, sono poi divenuti veri e propri personaggi divini. Vi sono così state epoche in cui prevalevano divinità solari e guerriere succedute da epoche in cui prevalevano divinità lunari. Ovvero divinità o religioni prevalentemente solari o prevalentemente lunari. Globalmente, nell’immaginario simbolico fondato su questa bipartizione del cosmo, i principi solari sono quelli dell’azione, della vita, della guerra. Da soli i principi solari porterebbero la vita a bruciarsi in un immensa calderone di iperattività, di un’aggressione totale, di uno stato di guerreggiamento e violenza dovuti all’ipervitalità di queste spinte solari. Viceversa i principi lunari porterebbero al gelo, alla non vita, alla morte per apatia, al non dare né generare vita. Il miscelamento di queste forze quindi darebbe le giuste spinte all’agire umano.

Cristianesimo e laicismo
Nel cristianesimo troviamo la figura del dio padre, che parrebbe un principio solare in quanto maschile. Già Nietzsche, però, sottolineò come il cristianesimo in fondo non fosse una dottrina poi tanto virile in quanto presenta sotto molti aspetti la prevalenza di caratteri femminei. Nietzsche aveva notato come molti elementi di tale religione siano piuttosto femminei e ben poco solari. Come la concezione del dio dei deboli, ma anche il concetto di fede come abbandono a un altro, un protettore che ti dona qualcosa in cambio della tua fedeltà. Oppure il concetto di “credere” e quindi un certo rifiuto della logica e della giusta forza di affrontare la realtà e ciò che è davvero conoscibile da ciò che è inconoscibile, tappando un po’ i buchi della conoscenza con la fede. Mentre invece l’ateismo e il nichilismo possono essere visti come molto virili in quanto consistono nel rifiuto di quel dono e di quell’alea protettiva e nella volontà di affrontare il mondo e la vita senza le spalle coperte, nell’assumersi in pieno le proprie responsabilità e fare uso delle proprie forze, nella voglia di essere padroni del proprio destino. Magari se non in senso individuale (cosa certo molto più difficile) in senso collettivo. Del resto come altro si spiega che la maggior parte delle persone più ferventi nella fede siano proprio di sesso femminile? La “logica” del “così è stato detto, così è stato ordinato e quindi così deve essere ed è!” e non la logica del continuo indagare, nel continuo domandarsi e chiedersi perché. Per non parlare poi del culto di Maria vergine, principio femminile cristiano per antonomasia.
Ciò vuol dire in effetti che il cristianesimo si presenta una dottrina equilibrata sotto questo punto di vista, in quanto ben miscela solarità con lunarità, maschilità con femminilità. Ma come tutte le dottrine ha subito il destino di essere stata fortemente attaccata e corrosa nei suoi punti deboli dall’avanzare della scienza.
I progressi scientifici, tecnici e culturali che si verificarono a cavallo del 18° e 19° secolo minarono le basi delle religioni tradizionali gettando nuova luce sulla natura del mondo e dell’Uomo oltre che sul modo di pensare della gente. Si diffusero così dottrine e teorie laiche e laiciste (http://it.wikipedia.org/wiki/Laicismo; http://it.wikipedia.org/wiki/Laicit%C3%A0; http://www.transumanisti.it/riccardocampa/laicismo.htm; http://www.homolaicus.com/teoria/laicismo/index.htm) che diffusero o l’idea che gli ideali umani dovessero essere ancorati si a principi di ordine etico e morale, ma non comandati da divinità, bensì facenti capo alla ragione umana e al buon vivere, oppure che ogni individuo dovesse essere lasciato libero da ogni tipo di condizionamento sociale, culturale e ideologico e di fare le sue scelte liberamente in campo morale.

Dal laicismo al femminismo
Il laicismo ha però prestato il fianco a molti sviamenti di stampo ben poco laico. Ciò può essere dovuto a vari motivi. Potrebbe essere che come tutti i movimenti culturali si presta a mutamenti, revisioni, distorsioni. Del resto anche le dottrine cosiddette “forti” come l’islam e il cristianesimo non sono state immuni da “eresie”. Anzi forse l’orientamento dottrinario che ha caratterizzato e tuttora caratterizza queste religioni potrebbe essere non altro che l’eresia che ha prevalso su tutte.
Un’altra spiegazione è che il laicismo sia una sorta di neutralismo dottrinario che lascerebbe un vuoto di valori che può essere facilmente riempito da tendenze dottrinarie più “faziose”.
In ogni caso gli esempi di sviamenti più o meno leggeri o più o meno pesanti che ci sono stati nel corso della storia dalla linea di un’autentica laicità possono essere parecchi, come per esempio il culto della dea Ragione da parte di Robespierre, ma anche molte correnti positiviste. Lo stesso marxismo secondo molti altro non è che una sorta di cristianesimo “laico”, ossia svuotato del contenuto divino.
Ma lo sviamento forse più grave lo si è avuto negli ultimi decenni da parte del femminismo. Questo si pretende laico, ma in realtà non è altro che il culto della femminilità. La fine dell’era delle esplorazioni, l’avanzare della tecnica che ha reso i lavori di forza fisica piuttosto marginali, l’innalzamento del tenore di vita nei paesi occidentali e molti altri fenomeni che hanno caratterizzato la società del secondo dopoguerra, in particolare in occidente, hanno reso “vincenti” e prevalenti i valori lunari e femminei. Non c’è più bisogno di coraggio, anzi il coraggio è deleterio. Non c’è più bisogno di spirito guerriero, anzi si vuole la pace. Tutto questo, che magari potrebbe non avere di per sé valenza negativa, ma anzi piuttosto positiva, ha però contribuito alla cosiddetta “femminilizzazione” della società. E ovviamente degli individui che ne fanno parte.
Sembrerebbe il trionfo dei principi lunari, della non vita e soprattutto questo trionfo si riflette sul culto della donna, la quale diviene una nuova divinità in terra, a cui spetta l’autorità di stabilire il bene e il male, il bello e il brutto, il giusto e l’ingiusto. Anche la denatalità che affligge l’occidente sembrerebbe rispecchiare il principio della non vita, della morte per freddo, per spegnimento, per apatia e non per guerra, violenza, furore e aggressività. Un specie di castrazione sociale progressiva che porta prima all’invecchiamento e allo svilimento e poi alla morte per estinzione. Un’estinzione causata da spegnimento della vitalità.
Certo parrebbe che i motivi della denatalità siano di ordine economico. Il sistema occidentale è alquanto “saturo”, vecchio, intasato. E infatti sono proprio le epoche più critiche quelle più “lunari”. Basti pensare al periodo storico che precede e succede la caduta dell’Impero Romano, uno dei periodi più nefasti della storia e in cui imperversavano, non solo guerra, pestilenze, barbarie e cose del genere, ma anche fenomeni come il monachesimo, l’ascetismo e l’eremitismo che comportano l’astensione ai rapporti carnali e quindi la non proliferazione.
Però c’è anche da dire che per fare pochi figli sarebbe bastato e basterebbe una buona campagna e una capillare e facile diffusione di metodi anticoncezionali, se proprio la cosiddetta “castità” oggi è troppo di peso. Ma l’introduzione di altri tipi di “rimedi” come in primis l’aborto, comportano il fine sfacciato di dare alla donna il potere di vita o di morte, nonché, non essendo stato prevista la corrispettiva piena libertà al riconoscimento paterno, anche il destino genitoriale degli uomini.

La colpa di essere uomini
Viviamo in un’epoca in cui alle donne tutto è dovuto. La donna ha preso il posto del vecchio dio cristiano ed è assurta al rango di divinità. Il genere femminile come genere sacro, il culto della femminilità, vera o costruita che sia. La dea madre (http://giubizza.blogspot.com/2007/06/la-dea-madre.html). Tutte le rivendicazioni delle donne sono indiscutibili, mentre se degli uomini osano alzare la testa allora si dà il via a reazioni isteriche (http://www.libero-news.it/libero/LF_showArticle.jsp?edition=&topic=4896&idarticle=86054182) e quasi non meritano di essere chiamati uomini.
Il femminismo imperversa nell’aria e influenza il vivere sociale, le norme di vita, le leggi, le sentenze dei giudici, l’orientamento della scienza e della medicina. Il mondo è a misura di donna, essa è il parametro entro cui tutto deve rientrare. Le donne entrano in posti tradizionalmente maschili e invece di adeguarvisi come norme civili vorrebbero, dettano legge dal primo giorno. Ogni posto deve conformarsi alle aspettative dell’essere donna e nulla che trasgredisce questo viene accettato di buon grado. Tutto ciò che sono e che fanno le donne va bene, tutto ciò che sono e che fanno gli uomini va male. E questo indipendentemente da cosa sono e cosa fanno, in quanto lo stesso modo di essere. Esiste una differenza radicale di giudizio tra il modo di essere uomini e quello di essere donne. Per “modo di essere” o più semplicemente “modalità” e che consiste in tutto quell’insieme di “caratteristiche” come l’essere, il presentarsi, il fare, il dire, il sentire, il percepire, il cogliere, il porsi con se stessi e col mondo di quegli esseri oggi quasi tanto disprezzati quali sono i maschi umani. Ho notato che molti movimenti maschili propongono una rivisitazione e rivalutazione di un modello “tradizionale” di maschio, un modello che io ho la sensazione che si rifaccia un po’ agli uomini come erano negli anni ’50 o giù di lì. Anche perché prima di allora, se scaviamo indietro nel tempo e giungiamo fino a secoli or sono, credo che sul modo di essere uomini possiamo averne solo dei vaghi sentori in base alle testimonianze storiche lasciateci. Possiamo solo presumere che magari l’uomo tipo degli anni ’50 del XX secolo corrisponda allo stesso uomo tipo del maschio romano dell’antichità. Quindi si tratta piuttosto di modelli idealizzati più che reali. Ma anche il modo di essere dell’antica Roma possiamo solo idealizzarlo e magari invece era alquanto diverso da come ce lo immaginiamo noi adesso. Lungi da me affermare che gli uomini non siano fatti in un certo modo per natura e altrettanto le donne, ciò che intendo dire è che non penso si possa negare che sotto molti aspetti e per molti uomini e donne fosse la società che definiamo “patriarcale” a imporre e stabilire quale doveva essere il modo di essere.
Io credo che, per come è la situazione odierna, non ci sarà mai un modo di essere maschio che vada bene, perché qualsiasi stile, modalità, atteggiamento o comportamento che gli uomini scelgono per sé (uso il verbo “scegliere” per semplicità ma forse il tutto sarebbe da ricondursi nel modo di formare se stessi e farsi formare) andrà sempre male per la semplice ragione che sono uomini. Questo mentre gli stessi stili, atteggiamenti, comportamenti e modi di essere scelti dalle donne andranno sempre bene perché donne.
La questione per me non consiste nel modo di essere ma di chi si presenta con quel modo di essere, chi lo stabilisce, chi lo valuta e per chi lo si sceglie.
Pertanto io noto che:
1. il modo di essere delle donne va sempre bene per i più. Se volessimo per semplicità ricondurre tutte le modalità, gli stili, i comportamenti, le propensioni, le tendenze, gli atteggiamenti e così via nelle sole due categorie "maschile" e "femminile" troviamo che se una donna sceglia una modalità "femminile" viene apprezzata dai più perché mantiene, conserva e valorizza la sua femminilità. Se invece attua una modalità "virile" è vista come una "pionera", una innovatrice, una trasgressiva che travalica gli schemi e le convenzioni.
2. il modo di essere degli uomini invece va sempre male perché se un uomo sceglie una modalità maschile è visto come un "maschilista" tradizionalista, retrogrado e grezzo. Se invece attua un modo di essere "femminile" allora è disprezzato dai più perché è visto come effemminato, ridicolo, incongruente, eccetera eccetera.
Altro punto è chi stabilisce e valuta i vari modi di essere e di fare e per chi si "attuano" tali modalità. E qui io noto che:
1. le donne stabiliscono e gestiscono loro e per loro il proprio modo di essere e di fare e soprattutto lo valutano loro senza dover tener conto dei giudizi maschili. Gli uomini che le giudicano male sono visti in cagnesco come degli idioti.
2. gli uomini invece devono “scegliere” una certa modalità di essere e di fare imposta dalle donne e per le donne e soggetta ai loro giudizi. Giudizi che saranno per lo più negativi in quanto qualsiasi modo di essere e di fare non si addice più a nessun uomo in fin dei conti. Anzi le stesse donne che li giudicano bene sono viste spesso male dalle più e dai più... Io credo che uno dei nodi fondamentali per il movimento maschile sia proprio rivendicare la piena libertà degli uomini di essere e di fare come meglio loro aggrada, come loro vogliono e per loro stessi e senza dover dar conto del giudizio né degli altri uomini, né tantomeno delle donne.
Nel momento in cui un movimento maschile volesse stabilire anch'esso un modo di essere per gli uomini non farebbe che aggravare la situazione mettendo gli uomini tra il loro incudine e il martello del femminismo. È questo lo stesso meccanismo che attuano coloro che vogliono conservare o "rivalutare" vecchi e nuovi doveri maschili in un'epoca che rinnega agli uomini i loro diritti e riconosce alle donne diritti supplementari senza attribuire alcun particolare dovere. Così facendo si aggrava la situation.

Valori e tradizioni
Alcuni movimenti maschili fanno ricondurre la Questione Maschile (QM) in una questione di fede e tradizione. A parte l’ovvia e legittima piena libertà individuale di scegliere quali valori condividere, vorrei avanzare delle mie personalissime obiezioni riguardo l’uso della religione a sostegno della QM:
1. se tornassimo al medio evo ci credo che il femminismo verrebbe sconfitto. Ma la sfida della QM non è invece sconfiggerlo in un contesto moderno? Non è superarlo invece di tornare indietro?
2. avrei forti dubbi riguardo il fatto che il cristianesimo sia davvero poi tanto virile. Questo per le stesse perplessità sopra esposte e avanzate già più di un secolo fa da pensatori come Nietzsche;
3. la religione si fonda su ordini e personaggi simbolici, che hanno sicuramente assolto dei compiti più o meno buoni o più o meno cattivi, ma ora che abbiamo raggiunto un certo grado di consapevolezza credo sarebbe meglio affrontare le cose nell’ottica più realistica che io ritengo sia quella laica. In definitiva direi che la carta della religione, così come secondo alcuni quella del "maschilismo" (anche se dipende da cosa si intende con questa parola: http://giubizza.blogspot.com/2007/06/maschilismo.html; http://it.wikipedia.org/wiki/Maschilismo), è assolutamente bruciata e persa in partenza. Purtroppo io ho la netta sensazione che alcuni movimenti maschili più che occuparsi di difendere i maschi e volere giustizia in una società iniqua, puntino più a rivalutare e scavare vecchi miti e valori che non poco contrastano con l’attuale contesto in cui viviamo.

Il dono
Oltre alla saggia frase “Non esistono uomini impotenti ma donne incapaci” la grande Coco Chanel (http://it.wikipedia.org/wiki/Coco_Chanel) affermò anche un’altra grande verità, cioè che l’essenza maschile consiste nel dono. Si, è vero che la maschilità consiste nel donare se stessi e sacrificarsi, ma etimologicamente il dono è un atto di libera scelta individuale, altrimenti è un’estorsione, una tassa sulla maschilità. Pertanto mai come in questo campo, pur essendo forse il nocciolo duro della maschilità, vale il principio della libera scelta. Se un uomo viene allevato con la concezione di dover donare, se viene costretto da leggi, procedure e formalità varie e concedere questo dono, la stessa natura del dono è del tutto traviata. Quindi niente costrizioni né condizionamenti di sorta. È l’individuo che sceglie se, quando, come, cosa e quanto donare in piena libertà. Ovviamente questo però varrà anche per le donne, seppure è questo un discorso che è a loro più estraneo. Ma comunque la libertà va rispettata anche nei giudizi, ammirando chi dona intelligentemente (magari non solo alle donne), rispettando chi non vuole donare un bel niente, perché è una scelta comunque da rispettare, e criticando aspramente chi dona in maniera inconsulta perché sciupa così un qualcosa di prezioso per l’Umanità. Da tenere ovviamente conto che nell’attuale contesto conviene donare il meno possibile, soprattutto alle donne, in quanto già fin troppo favorite e privilegiati a fronte di uomini già fin troppo sobbarcati di oneri e doveri di sorta. Pertanto i doni del terzo tipo, quelli fatti in maniera inconsulta, sono probabilmente la maggioranza, se non addirittura la quasi totalità o addirittura la totalità.

Recuperare i principi solari o sapere usare quelli lunari?
Cosa fare per contrastare questa tendenza? Buona cosa può essere la rivendicazione e la denuncia. Denunciare i soprusi commessi in nome del femminismo imperante, rivendicare i propri diritti di essere uomini e un mondo non a sola misura femminile.
Buona cosa può essere altresì il recupero dei principi solari, della vita, dell’azione. Saper rivalutare e riscoprire questi principi in piena libertà può essere d’aiuto a guardare in faccia alla dea madre imperante e non sottomettersi ad essa. La logica non è pedanteria, ma una visione coerente del mondo. La forza fisica non è forza “bruta” ma forza “pura”! Forza e vigore sia psichico che fisico sono la base fondamentale della solarità e non cose di cui vergognarsi, ma da andare fieri.
Ma anche saper utilizzare i principi lunari, imparare a gestirli e farli propri insieme a quelli solari non sarebbe male per poter essere completi e coscienti di cosa affrontare.
Insomma per contrastare questo andamento sociale squilibrato odierno bisogna saper essere allo stesso tempo equilibrati ma anche opporre una forza “squilibrata” in senso inverso. Saper ripagare con la stessa moneta, ma anche ristabilire un giusto equilibrio. Bisogna essere coraggiosi, energici e fregarsene dei giudizi isterici del pensiero prevalente. Bisogna saper essere tutto, ma soprattutto se stessi, sapere essere liberi di essere come si vuole senza tener conto a nessuno che non a se stessi. Essere completi e consapevoli. Avere un buon equilibrio interiore tra il Sole e la Luna. Insomma imparare a essere uomini in quanto maschi, in quanto noi stessi e non in base a un modo di essere e di fare che gli altri si aspettano da noi. Perché possiamo essere uomini anche senza “fare” gli uomini, anzi, oggi più che mai dovremo imparare a fare meno ed essere di più. Essere come piace a noi e non come ci viene imposto da chicchessia e fare ciò che ci va di fare senza sentirci in obbligo verso nessuno, soprattutto verso le donne che men che mai meritano il nostro essere e agire da uomini.

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